venerdì 27 Novembre 2020

Zamagni: “L’economia civile è la sfida per il futuro”

stefano-zamagni

In Italia e in giro per il mondo c’è grande interesse verso l’economia civile, quel modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo che parte del basso e rappresenta una valida risposta alla crisi. Stefano Zamagni, economista italiano, ordinario all’università di Bologna, Adjunct professor of international political economy alla Johns Hopkins university, socio fondatore e docente della Scuola di economia civile, intervenuto con una lectio magistralis sul tema al primo Festival dell’economia civile a Campo Bisenzio (Fi), traccia la strada: bisogna operare sulla finanza, sulla formazione e inserire l’economia civile nella legge fondamentale dello Stato, la Costituzione.

Professor Zamagni, che cosa è l’economia civile e perché la sfida per un nuovo modello di sviluppo passa proprio da lì?
L’economia civile è una tradizione di pensiero economico nata, anche se non con questo nome, in Toscana nel XV secolo, durante l’umanesimo civile. Poi questa tradizione è continuata fino a quando nel 1753 l’università di Napoli istituì la prima cattedra al mondo di Economia civile. Da Napoli questo modo di affrontare la tematica economica si è diffusa e a Milano ha incrociato il pensiero di Pietro Verri, Gian Domenico Romagnosi e tanti altri pensatori. L’idea di base è quella di rifiutare l’assunto antropologico homo hominis lupus che troviamo al centro del paradigma dell’economia politica, secondo la quale ogni uomo è un lupo nei confronti degli altri uomini. Per l’economia civile l’assunto, che venne così descritto da Antonio Genovesi, padre del primo cattedrato di Economia civile, è homo homini natura amicus, ogni uomo è per natura amico dell’altro uomo. Da queste differenziazioni derivano una serie di conseguenze. Se parto dal presupposto che tu sia un lupo nei miei confronti, diffido di te. Se invece parto dall’idea che sia potenzialmente un amico imposterò le mie relazioni con te, e in generale quelle economiche, in una forma diversa. Ecco perché in Italia e in giro per il mondo c’è un ritorno di interesse all’economia civile, perché ci si rende conto che restando incastrati nel paradigma dell’homo economicus i grossi problemi e nodi delle società di oggi non possono essere risolti.

Lei ha definito l’economia civile come la terza gamba del paese. Perché?
Perché garantisce biodiversità economica. L’economista civile chiede che accanto a imprese e soggetti che restano attaccati all’idea dell’homo economicus sia lasciato abbastanza spazio anche a chi è portatore di una visione diversa, come le imprese che noi chiamiamo “civili” e che operano per tendere al bene comune e non al bene totale. In questo senso si può parlare di terza gamba, ma il punto fondamentale è che l’obiettivo ultimo è civilizzare il mercato per far in modo che tutte le imprese diventino civili. Allo stesso tempo sappiamo che questa può essere un’aspirazione o una tendenza, non la si può imporre. L’importante, come sta avvenendo nel nostro e in altri paesi, è che nascano dal basso realtà economiche che si chiamano imprese sociali, piuttosto che cooperative sociali o benefit corporation come vengono definiti negli Stati Uniti, capaci di dispiegare il loro potenziale di soggetti d’impresa non più finalizzati al solo profitto ma anche alla produzione di utilità sociale.

La disuguaglianza economica e sociale colpisce sempre più l’Italia. L’economia civile può arginarla?
Il tema della disuguaglianza sociale è uno dei grossi nodi, non solo per l’Italia. Però il nostro paese è messo male perché abbiamo il coefficiente di Gini, indicatore statistico che ha preso il nome da Corrado Gini e che misura la disuguaglianza, di circa lo 0,53, pari a quello degli Stati Uniti. Il massimo è uno. Di questo nessuno ne parla in Italia, ma è troppo elevato rispetto alle condizioni di un paese come il nostro. Allo stesso tempo è evidente e dimostrato che nelle aree del paese dove è più forte l’insediamento di imprese che ispirano il proprio comportamento alla logica dell’economia civile il tasso di disuguaglianza è più basso. Perché l’impresa civile include, e quando uno è incluso soffre molto meno le disuguaglianze rispetto a chi è marginalizzato o escluso dal mercato del lavoro e dal processo produttivo.

Quanto è diffusa l’economia civile in Italia?
Ha avuto i natali nel nostro paese ed è ovvio che ci sia una diffusione in termine di percentuali più alta rispetto ad altri paesi. E lo vediamo in alcuni esempi come la finanza etica: abbiamo Banca Etica, nata vent’anni fa, che ha raggiunto livelli di notevole interesse; ci sono imprese cooperative di tutti i tipi; abbiamo l’associazionismo organizzato tipo Legambiente e altre forme associative. Ma soprattutto il termine economia civile è entrato ormai nell’uso comune. Quando lo lanciai, esattamente ventuno anni fa in un seminario proprio a Firenze, tutti pensavano che mi fossi sbagliato, che volessi intendere l’economia civica, come l’educazione civica. Oggi però tutti sanno che c’è questa alternativa di sguardo e di azione. Ovviamente bisogna insistere perché la normativa e la legislazione vigente consenta a questi soggetti non solo di sopravvivere ma di fiorire, e a questo non siamo ancora arrivati. La recente riforma del cosiddetto Terzo settore va in questa direzione: per la prima volta si riconosce legittimità giuridica a forme di imprese che non hanno più il profitto come unico scopo o unico fine del proprio ciclo.

Di quali interventi politici o normativi c’è bisogno per dare maggiore slancio all’economia civile?
Il ruolo della politica è importante. Si dovrebbe far di più per essere onesti, che non vuol dire che non si fa nulla. La recente approvazione della legge è un passo nella direzione giusta, ma è un primo passo. Ci sono alcuni nodi che vanno risolti: il primo è quello della finanza, perché le imprese capitalistiche hanno i propri strumenti per finanziare i propri progetti ma coloro i quali seguono l’altra via dove vanno a finanziarsi? Non possono andare in borsa, emettere azioni o obbligazioni, non possono avere accesso al credito bancario. O meglio potrebbero averlo ma sarebbero schiacciati dai tassi di interessi praticati. Se si vuole essere seri, bisogna consentire a questi soggetti, che non sono contrari ma alternativi, di poter decollare senza dover dipendere dalla benevolenza pubblica, cioè dai soldi degli enti locali. L’altro livello riguarda il piano propriamente culturale: la classe politica non capisce che queste cose devono entrare nei programmi di studio, dal liceo all’università. Io tengo un corso di Economia all’università di Bologna, ma negli altri atenei non ci sono corsi di questo tipo perché non sono previsti dalle tabelle ministeriali. Infine il terzo livello, che è l’aspirazione massima: arrivare alla costituzionalizzazione del “civile”. Oggi la Costituzione, salvo un’eccezione all’art. 43, dice che le forme di intervento sono private o pubbliche. Fino ad ora ci siamo retti su questo modello dicotomico Stato-mercato, pubblico-privato, ma non c’è solo il pubblico-privato c’è anche il civile. Ecco allora che farlo inserire nella legge fondamentale dello Stato è un traguardo, e mi auguro sia raggiunto nel più breve tempo possibile.

 

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