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Xylella: in Salento un’associazione ripianta la foresta sradicata dalla monocoltura dell’ulivo

Dal mensile, l’inchiesta. Un progetto che punta a rimettere a dimora piano piano, “manu manu”, tutte le specie storiche dell’area. Per ricreare una biodiversità perduta

di MARCO CARLONE e DANIELA SESTITO

L’ombra, in Salento, è diventata merce rara. Lo sanno bene le migliaia di agricoltori che sulla punta del tacco d’Italia vivono e lavorano, per i quali l’ombra è un rifugio prezioso quando il sole d’estate batte implacabile fin dalle prime ore del mattino. Una risorsa talmente vitale che un anno fa è nata Manu Manu Riforesta!, che punta a rinfoltire gradualmente le chiome della flora salentina, riportandone l’ombra sui suoli. Composta da cittadini, ricercatori, biologi e artisti, l’associazione ha una missione ben precisa: reintrodurre quelle piante e specie arboree autoctone che negli ultimi centocinquanta anni sono state eradicate per lasciar spazio alla coltivazione che domina il paesaggio salentino: l’ulivo. L’attività dell’associazione si colloca in uno scenario problematico, dove ai molti terreni abbandonati si alternano gli uliveti colpiti dal Complesso del disseccamento rapido degli olivi (Codiro), una fitopatologia causata da un particolare ceppo batterico di Xylella fastidiosa, che da anni colpisce quest’area seccando milioni di esemplari.

«Manu Manu Riforesta! nasce dalla volontà di un gruppo di cittadini di fare qualcosa di attivo, di pratico, per la terra in cui viviamo», dice la presidentessa dell’associazione, Ingrid Simon. Viennese di nascita, da più di vent’anni Simon ha messo radici in Salento: «La nostra terra oggi ha un livello di sostanze organiche pari a quello di un deserto – denuncia – ma un tempo non era così. Poco più di un secolo fa in Salento c’erano boschi e pascoli che nascondevano al proprio interno una varietà molto maggiore di specie vegetali. L’associazione nasce proprio per provare a ricreare la biodiversità di un’agroforesta e ripristinare la coesistenza di specie boschive, frutteti e macchia mediterranea».

Un Belvedere millenario

“La nostra terra oggi ha un livello di sostanze organiche pari a quello di un deserto ma un tempo non era così”
– Ingrid Simon

Nell’intraprendere questo percorso, l’associazione è partita da un terreno avuto in comodato d’uso da un’azienda agricola. «Si chiama Kurumuni – sottolinea Ada Martella, un’altra dei membri di Manu Manu Riforesta! – che nell’antica lingua griko-salentina significa germoglio». Tra le zolle di Kurumuni, l’associazione ha così iniziato a mettere a dimora più di quindici specie, dalla quercia al rosmarino, dal lentisco alla rosa canina, passando per noce e melograno, in un progetto pilota destinato a durare tre anni. Il terreno si trova in un’area dove un tempo si estendeva Bosco Belvedere, “il bosco più vasto e vario per essenze arboree della provincia”, come lo definiva a fine ’800 lo storico salentino Giacomo Arditi. Su una vecchia mappa del Regno di Napoli, datata 1808, Bosco Belvedere appare come una grande macchia nera, disegnata fitta con puntini e lineette: è una foresta plurimillenaria di 7.000 ettari, suddivisa fra 16 comuni a metà strada fra lo Ionio e l’Adriatico. Oggi le vecchie mappe di carta ingiallita non ci sono più, non c’è più il Regno di Napoli e non c’è quasi più neanche Bosco Belvedere.

«Noi guardiamo il paesaggio olivetato del Salento pensando che sia quello tradizionale, ma in realtà non è così – spiega il biologo e ricercatore salentino Leonardo Beccarisi – Il paesaggio che vediamo oggi è infatti orfano di due componenti ecologiche importanti: i pascoli e i boschi spontanei». Intorno alla metà del XIX secolo, infatti, la grande richiesta di olio lampante, utilizzato soprattutto per illuminare le strade europee, stimolò gli agricoltori locali a puntare sulla coltivazione dell’ulivo. «L’ampliamento degli uliveti in Salento è avvenuto a scapito degli altri paesaggi boscati – continua Beccarisi – Il risultato è stata un’incisiva semplificazione delle specie boschive, ma anche del paesaggio agricolo: alcune cultivar tradizionali, come il mandorlo, il fico e la vite si sono ridotte fortemente». Ad oggi secondo le stime di Italia Olivicola, una delle principali organizzazioni di olivicoltura italiana, sarebbero circa 22 milioni le piante di olivo in Salento.

Distanziamento colturale

Dal 2013 un tassello si è aggiunto a questo scenario: la diffusione della Xylella fastidiosa. Secondo un’indagine conoscitiva condotta dalla commissione Agricoltura della Camera, datata novembre 2020, da quando il batterio è approdato in Puglia gli ulivi salentini hanno perso la propria capacità produttiva a causa del Codiro in un’area di oltre 750.000 ettari. Ad oggi la comunità scientifica non ha ancora individuato un rimedio per combattere questa piaga e la normativa europea vigente impone il contenimento dei focolai con eradicazioni delle piante infette, taglio delle chiome e creazione di una zona cuscinetto per contenere l’espansione nelle aree limitrofe. La stessa Commissione europea indica che in tutto il Salento il batterio è talmente diffuso da aver compromesso l’intera provincia di Lecce. Un articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports sosteneva, già nel marzo 2017, che la concentrazione e la ridotta distanza fra gli uliveti aveva reso il territorio più vulnerabile al batterio. «Il paesaggio olivetato salentino presenta una continuità dal punto di vista strutturale, uno scenario ideale, in cui un batterio come Xylella riesce a propagarsi rapidamente – puntualizza Beccarisi – Oggi parliamo di distanziamento per contenere il contagio di Coronavirus. In maniera simile, la mancanza di distanziamento all’interno del paesaggio olivetato è proprio uno dei fattori che ha avuto più incidenza nella diffusione del batterio».

Per vedere gli effetti sul territorio basta imboccare una delle tante provinciali circondate dalle ordinate coltivazioni di olivi: tronchi mozzati si alternano a chiome scapuzzate, in un panorama dominato da un tenue marroncino, il colore dei legni rinsecchiti. Migliaia di alberi secolari oggi paiono soltanto dei foderi cavi.

Ripiantare con lentezza

Per ricreare un ecosistema così vario e articolato come un’agroforesta, Manu Manu Riforesta! ha lanciato fin dalla sua nascita una campagna di crowdfunding per acquisire terreni nell’area di Bosco Belvedere. «Volevamo promuovere delle attività non come rimedio per il Codiro, ma come una cura per la perdita di salute del suolo salentino. Anche se qualcuno era scettico, fin da subito la risposta da parte di chi abita il territorio è stata entusiasta – dice Ada Martella – Molti artisti hanno sposato la nostra causa e hanno offerto la loro professionalità per promuovere le nostre attività. Uno dei contributi è Canto e controcanto, un cortometraggio prodotto lo scorso dicembre. C’è anche chi ha iniziato a regalarci sementi, piante, terreni, persino appezzamenti lontani dalla prima area che abbiamo individuato. Molti, privatamente, avevano già iniziato a ripiantare le ghiande delle vecchie querce». Ingrid Simon racconta che le loro attività sono ancora in fase sperimentale, e sottolinea che i cicli di rimboschimento non coincidono con quelli di una singola generazione umana. «Vogliamo seguire quei tempi di crescita che con l’agricoltura contemporanea si sono dimenticati: lentamente, manu manu come si dice in dialetto salentino». Tutto il processo di piantumazione è condotto in collaborazione con l’Orto botanico dell’Università del Salento: il fine è selezionare le specie più adatte a ogni tipo di suolo, in virtù del clima che cambia e del processo di desertificazione in atto.

«Il bosco, in termini di cicli bio-geochimici come quello del carbonio, è essenziale», riprende il biologo Leonardo Beccarisi. Ma lo è anche come ecosistema: conserva un mosaico complesso di biodiversità, preserva e nutre il suolo. «Chiaramente è necessario confrontarsi con il contesto storico, sociale ed economico: sarebbe impossibile riportare il paesaggio olivetato allo stato originario, quando era circondato da una ricca biodiversità. Ma è anche fondamentale comunicare l’importanza dell’elemento bosco, che i salentini, talvolta inconsapevoli del passato del proprio territorio, considerano una componente quasi esotica».

Per approfondire:
Incubo Xylella

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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