Hawaii, il vulcano sacro tra scienza e mitologia

In vetta al Mauna Kea sull’isola di Hawai’i, una delle cinque montagne sacre per i nativi, il governo federale vuole costruire il gigantesco telescopio Tmt. Uno smacco per gli hawaiani, che non vogliono arrendersi

Dal mensile di aprile – «Preghiamo insieme per Mauna Kea, casa di Poliʻahu, dea della neve» ripete più volte il kupuna. Si alzano i corni Pu ‘Ohe, ricavati da enormi conchiglie. «Inizia la a’ah – commenta una ragazza a piedi nudi – la cerimonia del legame fra mare e montagna condotta dai kupuna, i saggi». Un gruppo di ragazzi percuote tamburi con pelli di squalo a suggellare il rituale. Circa un centinaio di persone fa una giravolta di 180 gradi. «Proteggiamo Mauna Kea», ripetono. Drealocks, donne dai visi tatuati, ragazzi dai capelli rossi. Persino un piccolo gruppo di samoani venuti dalle proprie isole per il rituale. Ovunque bandiere hawaiane a strisce blu, rosse e bianche, contenenti l’Union Jack (anche se le isole non furono mai britanniche), sparse fra i numerosi tendoni da campo. La scritta “We Are Mauna Kea” è ovunque. Mauna Kea con i suoi 4.207 metri non è soltanto il più alto vulcano delle Hawaii, dormiente da quarantasei secoli, ma una delle montagne più alte al mondo se si considera la base sottomarina. Sito sull’isola di Hawai’i, la più grande dell’arcipelago, è una delle cinque montagne sacre per i nativi. «Essendo la più alta, è la più sacra», spiega Francis Waikoloa, francese d’origine ma naturalizzato hawaiano, uno dei portavoce del movimento We Are Mauna Kea. «Nella mitologia hawaiana il vertice del vulcano è visto come la “regione degli dei”, un luogo in cui risiedono gli spiriti benevoli, inclusa Poli‘ahu, la dea della neve». Non a caso Mauna Kea significa “montagna bianca”, in riferimento alla sua vetta innevata stagionalmente. Da qualche anno la sommità del vulcano è però in pericolo per la costruzione del gigantesco Thirty meter telescope (Tmt), un colosso con un “occhio” di 30 metri di diametro definito Elt, Extremely large telescope, secondo al mondo solo al “cugino” europeo costruito sul Cerro Macón, in Cile, che sarà completato nel 2025. Sebbene esistono già tre edifici con tredici telescopi, il Tmt sarebbe costruito sulla sommità del vulcano e cancellerebbe un lago sacro nelle adiacenze. Uno smacco per i nativi hawaiani, che dopo anni di soprusi da parte del governo federale hanno iniziato a far sentire la loro voce. È nato così We Are Mauna Kea.

Divieto di accesso
La protesta è iniziata cinque anni fa. Nonostante l’idea di costruire un Elt era stata valutata già negli anni ’70, fino ai primi anni del Duemila il progetto era rimasto nel cassetto. Poi grazie alla movimentazione di risorse e all’interesse dell’Accademia americana delle scienze, gli atenei della University of California e Caltech hanno iniziato a pianificarne la costruzione. Le comunità di nativi hawaiane, visto il progetto mastodontico da realizzarsi in uno dei luoghi più sacri dell’arcipelago, hanno deciso di far sentire la loro voce, per difendere il proprio retaggio e la propria terra. Grazie a un’inaspettata visibilità mediatica i lavori di costruzione iniziati con la posa della prima pietra il 7 ottobre 2014 vengono bloccati l’anno successivo. Ma il Board of land and natural resources, il demanio americano, forzando la situazione, riconvalida il progetto Tmt, in modo da poter riprendere i lavori. I permessi di costruzione vengono però invalidati dalla Corte suprema delle Hawaii nel dicembre 2015, dichiarando che il Board non aveva adottato le procedure corrette. Il demanio ci riprova nel 2018 e questa volta, il 30 ottobre, la Corte approva il progetto rivisto, dando via libera alla costruzione del Tmt. Apriti cielo. Se nel 2015 le proteste erano state tutto sommato di dimensioni ridotte, nel 2019 la blockade, il blocco degli accessi al sito del Tmt, prende dimensioni rilevanti: una moltitudine di nativi, sciamani, attivisti, artisti e cittadini inizia a popolare la strada di accesso, la statale 200 che unisce Hilo con Kailua. All’inizio erano due tre tende, poi è diventato un vero e proprio campo organizzato, con tanto di refettorio, infermeria e spaccio alimentare. Ogni giorno, per tre volte, i kupuna organizzano il “Protocollo”, una serie di preghiere e canti rituali, come l’a’ah, per mantenere lo spirito elevato. Alcuni giorni si radunano qualche decina di persone, altri sono in migliaia.

Fra scienza e natura
«Attori famosi come Jason Momoa e Dwayne “The Rock” Johnson sono venuti in nostro supporto», racconta Francis. E proprio il volto di Aquaman ha contribuito a dare grande visibilità alla lotta contro il progetto da 1,4 miliardi di dollari. «Sono onorato di essere qui con la mia famiglia – ha detto il 2 agosto 2019 davanti alle telecamere della Cnn e a più di settemila persone radunate per una preghiera contro il Tmt – La costruzione di questo telescopio non deve avvenire». Milioni di like in tutto il mondo. Nelle settimane successive sono arrivate delegazioni da tutti gli atolli del Pacifico per portare supporto a Mauna. Al punto che la protesta ha riannodato le fila di molti attivisti intenti a preservare l’identità polinesiana dei popoli in lotta per difendere le proprie origini e tradizioni. A Hilo però, una delle città più grandi dell’isola, non tutti la pensano così. Anche se nel Farmer’s market si scorgono qua e là magliette e poster in supporto della protesta, molti sono a favore del Tmt. «Porterà un sacco di lavoro, è un progetto da miliardi di dollari», dice Mark, costruttore, mentre dà un morso a un hamburger. Dentro il fast food Poke ’n’ Sides in tanti concordano. «Capiamo i diritti dei nativi, ma porterà benessere a tutti. Oltre il turismo sull’isola non c’è tanto lavoro – spiega Aikane, una degli avventori – E poi non vogliono mica costruire un resort, ma un osservatorio astronomico di rilevanza mondiale, che porterà nuove scoperte». Ma per chi protesta è importante mantenere ciò che è sacro. «Questo è l’ultimo smacco nei confronti di chi abita queste isole da secoli. Non è possibile comprarsi ogni cosa, senza rispettare la volontà popolare, specie di chi ha davvero un legame con queste terre – racconta Haleni, propietaria di Ka’u Coffee – I nostri antenati hanno sempre difeso la Terra, ci hanno insegnato a vivere in equilibrio. Nessuno è contro la scienza, ma sembra che tutti siano contro la natura».

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