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Vocati alla sfida

A oltre venti anni dal protocollo di Kyoto la green economy si presenta sempre più non solo come una necessità per contrastare i mutamenti climatici ma come una straordinaria opportunità per affrontare la crisi e cambiare l’economia. Per costruirne una più a misura d’uomo e per questo più forte, innovativa, competitiva. In questo percorso ormai avviato, molte imprese e molti territori sono in campo con un approccio italiano a questa sfida, che parte dalle antiche vocazioni del nostro modo di produrre. Perché in Italia la green economy coniuga sostenibilità e competitività, efficienza e bellezza, qualità e innovazione. È l’Italia che fa della soft economy il suo biglietto da visita. Una lettura confermata dal rapporto “GreenItaly” di Fondazione Symbola e Unioncamere.

Il nostro sistema produttivo, secondo i dati Eurostat, è secondo fra i big europei, dopo la Gran Bretagna, per uso efficiente dell’energia: consumiamo 13,7 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro prodotto, la Gran Bretagna 8,3 (ma quella britannica è un’economia di finanza e servizi, la nostra è più manifatturiera), la Francia 14,4, la Spagna 15 e la Germania quasi 18. Facciamo meglio poi nella produzione di rifiuti: con 41,7 tonnellate per milione di euro prodotto siamo i più efficienti in Europa, di nuovo molto meglio della Germania (65,5 tonnellate). Sono 355mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2011-2016 in prodotti e tecnologie green: il 27,1% dell’intera imprenditoria extra agricola con dipendenti (nell’industria sono il 33,7%). E sono le imprese che innovano di più e crescono di più: lo scorso anno sono state 320mila le assunzioni programmate di nuovi green jobs.

Dietro alla green economy esiste un modo di fare economia “inclusivo” dal punto di vista produttivo, con logiche attente alla tutela delle comunità: ben oltre due terzi delle medie imprese industriali che realizzano ecoinvestimenti forniscono apporti diretti allo sviluppo del loro territorio. Dalle istituzioni e dalla politica può venire un contributo importante. Ad esempio da una Strategia energetica nazionale che sia al tempo stesso concreta e ambiziosa. Ma è importante guardare con occhi diversi il nostro Paese. Chiamare a raccolta i tanti talenti presenti nella società, nell’economia, nei territori. Thomas Edison diceva che “se fossimo ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo letteralmente sbalorditi”.

Ermete Realacci
Presidente onorario di Legambiente

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