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Vivere per raccontare

Salone Del Libro 2014 Luca Rastello

E’ il 5 luglio 2015. Il giorno prima di morire Luca Rastello accende il pc, apre la cartella “Progetto grande ospedale” e cambia il titolo del romanzo su cui sta lavorando: La luce diventa Dopodomani non ci sarà. Sapeva che non avrebbe avuto più tempo, che la morte non si sarebbe fatta ingannare ancora. Come la Sherazade di Mille e una notte, per dieci anni era riuscito a salvarsi dal boia facendo quello che sapeva fare meglio: raccontando storie. Più che un romanzo rimasto incompiuto, quello pubblicato da Chiarelettere nel terzo anniversario della sua scomparsa è un cantiere aperto. Solo un capitolo, il primo, era praticamente concluso. Altri sono abbastanza definiti, altri ancora appena abbozzati. Il resto è un baule ricco di appunti, riflessioni “sull’esperienza delle cose ultime”, considerazioni feroci sulla malattia ma anche di critiche al mondo dei sani. Proprio in queste pagine, nei frammenti messi insieme da sua moglie, Monica Bardi, è più facile riconoscere Rastello, la sua autentica ossessione: il bisogno di capire, sempre e nel profondo, il contesto in cui si trova. In questo caso la malattia, l’ospedale, il meccanismo perverso della medicalizzazione. Ripetendosi, e ripetendo agli altri, che “un uomo non è la sua malattia”.
Luca Rastello, come si usa scrivere in questi casi, era “scrittore e giornalista”. Ma la sua curiosità, la sua poliedricità, sfugge il confine della definizione. Ha diretto testate come Narcomafie, L’Indice, Osservatorio Balcani e Caucaso, lavorato per Repubblica. È stato inviato del settimanale Diario. Ha seguito il conflitto in ex Jugoslavia, aiutando centinaia di persone a fuggire dalla Bosnia e a ricostruirsi una vita in Italia. Un’esperienza chiave della sua vita, svelata in un libro enorme come La guerra in casa (Einaudi, 1998). Poi ci sono gli anni Settanta raccontati nel suo primo splendido romanzo Piove all’insù (Bollati Boringhieri), il dramma dell’emigrazione in La frontiera addosso (Laterza). E ancora, per Chiarelettere, il mondo del narcotraffico (Io sono il mercato), il Tav (Binario morto) e infine i guasti del terzo settore e la retorica del “bene” nel libro che gli è costato la scomunica: I Buoni. Quei buoni che si sono così sentiti chiamati in causa dal romanzo da arrivare a dire la più grande delle cattiverie, associando il duro ritratto del mondo delle onlus tratteggiato da Rastello alla sua malattia. La sua pubblicazione avrebbe potuto aprire una bella discussione, “anche la più accesamente polemica” come si augurava Adriano Sofri. Non è andata così.
Negli ultimi anni, e il risultato è sotto gli occhi di tutti, tanti intellettuali o presunti tali hanno rinunciato al proprio ruolo. Al re non bisogna dire che è nudo. Bisogna essere consolatori, rassicuranti. Ecco, Rastello era d’un’altra razza come cantava De André. Non ti metteva a tuo agio, era scomodo, esigente. Mai banale. Ci mancherà il suo sguardo sulle cose, il saperle osservare con rigore e passione. Il suo “vivere per raccontare”. E mancherà, ne siamo certi, anche a chi dovesse cominciare a leggerlo soltanto ora.
A chiudere Dopodomani non ci sarà è la “Lettera alle pulci piccole in forma di testamento”: le pagine commoventi e ironiche in cui si congeda dalle sue due figlie. E che, meraviglia della parola, parlano a tutti noi. “Non pensate mai di essere arrivate alla forma definitiva: c’è sempre almeno ancora una svolta imprevista, sempre. Se c’è un augurio che posso farvi, allora, è di non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione: quasi sempre quella che si presenta come la vita com’è, secondo un’espressione cara ai realisti (gente che in segreto ama la schiavitù), è una truffa. Si può uscire, scartare, fare ancora un giro, magari due, magari di più, e poi sorprendersi di come era facile e possibile quello che sembrava impedito dalla logica ferrea di un mondo che ci mettiamo addosso come una prigione ed è invece solo fantasia, malata fantasia che si spaccia per realtà”.

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