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La fire map della Nasa
La fire map della Nasa

Non c’è miglior dimostrazione del cambiamento climatico del fatto che stamane a Parigi, con una bella giornata di sole, si può andare in giro senza cappotto e anche senza giacca, neanche fossimo a Napoli, o a Palermo. Intanto nel padiglione americano a Le Bourget, dove la Cop21 si avvia ormai verso la fase conclusiva, si proiettano su schermo gigante le “animazioni”, realizzate dalla Nasa, sui mutamenti climatici: qualcosa di veramente impressionante e purtroppo anche peggiore di quanto si dice comunemente. La “global fire map” (mappa globale degli incendi) conferma per esempio le profetiche parole di Laura Conti: «Nell’osservare l’incendio che è stato appiccato al mondo si viene colti dal forte dubbio che la nostra specie possa sopravvivere a lungo». Alcuni sono incendi naturali, ma i più sono provocati: in Africa, ai confine del deserto, c’è una delle situazioni peggiori, ma un po’ ovunque ci sono continui incendi di boschi e aree verdi e una continua avanzata del deserto.

Hanno fatto vedere anche gli effetti del devastante incendio che c’è stato allo Yellowstone nel 2001, il parco ha rischiato di essere distrutto, ora si sta lentamente riprendendo, ma anche in Australia, Spagna, Grecia, parti della Turchia e dell’Italia si vedono zone avviate alla desertificazione. Le missioni satellitari per il clima non mentono (ce ne saranno altre, per esempio il lancio della sonda Ecostress nel 2018) e purtroppo non si tratta di parole, ma di inconfutabili immagini dirette. Molto interessante, fra gli Earth data dell’agenzia spaziale americana, è anche la cosiddetta “global soil  misture map”, cioè la misurazione della frazione d’acqua nei suoli, un modo elegante per raffigurare le aree avviate alla maggiore siccità, dove si vede benissimo per esempio l’ avanzata del deserto del Gobi in Cina, ma la frazione umida del suolo è in riduzione ovunque, e questo rende importantissimo fare anche le strade in altro modo.

Ma i dati più interessanti, che vanno in onda in diretta su un grande mappamondo illuminato, che riporta sia i dati diretti che quelli storici, riguardano la CO2. Gli scienziati della Nasa prevedono 936 ppm di “black carbon” nell’aria per il 2100 (475ppm nel 2035, 541ppm nel 2050, 677 ppm nel 2070). E cosa ancora più grave sul continente l’aumento della temperature sarà di 5 gradi, non di 3, perché la terra si riscalda di più dell’acqua e i tre gradi sono soltanto la media globale, oceani compresi.  

 

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