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Clima, una questione (anche) di genere

VIOLENZA GENERE CLIMA

In Paesi afflitti da povertà endemica, mal governati e sfibrati sul piano economico e sociale, gli effetti dei cambiamenti climatici possono acuire le diseguaglianze, traducendosi anche in un aumento della violenza di genere. A far luce su questa dinamica è uno studio diffuso a fine gennaio dalla Iucn (International union for the conservation of nature) dal titolo “Gender-based violence and environment linkages. The violence of inequality”.

L’indagine è il risultato della consultazione e dell’incrocio di oltre mille fonti di ricerca e dell’analisi di ottanta case studies, concentrati soprattutto in regioni particolarmente depresse del pianeta come il Sudest asiatico e l’Africa sub-sahariana. Aree in cui l’incremento esponenziale delle emergenze ambientali, connesse al riscaldamento globale incontrollato, finisce con l’abbattersi su chi vive già in condizioni di vulnerabilità, vale a dire le donne. I casi tracciati dai ricercatori vanno dagli ordinari episodi di violenza domestica ad aggressioni e stupri, passando per la costrizione alla prostituzione, i matrimoni forzati e altre forme di sfruttamento.

Caccia alle risorse

Secondo la ricerca sono tre i livelli in cui questa connessione fra effetti dei cambiamenti climatici e violenza di genere emerge chiaramente. Il primo rimanda all’accesso alle risorse naturali. In quelle comunità in cui tradizionalmente il controllo sulla terra e sulla distribuzione dei beni di prima necessità è ad esclusivo appannaggio degli uomini, la donna viene confinata su un piano subalterno, costretta a eseguire compiti come l’approvvigionamento di acqua e di legna da ardere. In caso di peggioramento delle condizioni climatiche o di catastrofi ambientali (ondate di calore, periodi prolungati di siccità, inondazioni, tempeste), lo svolgimento di queste mansioni diviene ancora più complicato, esponendo le donne a un rischio maggiore di subire ricatti, soprusi e violenze. E garantendo all’uomo ancor più gioco facile nel far valere la propria posizione dominante.

In tal senso vanno interpretate alcune testimonianze raccolte dai ricercatori, secondo cui in molti Paesi dell’Africa orientale e meridionale affacciati sull’oceano, così come del Sudest asiatico, è un’abitudine consolidata “permettere” alle donne di acquistare il pescato ma solo in cambio di prestazioni sessuali. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove da anni si consuma un conflitto interno dimenticato dai media internazionali, in business illeciti come i disboscamenti o il traffico di carbone le donne rappresentano l’ultimo ingranaggio della catena predatoria, subendo sistematicamente molestie sessuali. Fenomeni simili si verificano in Colombia e Perù, dove le estrazioni illegali di materie prime nelle miniere vengono associate a un aumento della prostituzione. In questi angoli del pianeta, in cui la conduzione patriarcale delle dinamiche socioeconomiche è strabordante, le catastrofi naturali finiscono inevitabilmente per direzionare il destino delle donne verso stati di sottomissione. Lo studio stima infatti che, a causa di tragedie come terremoti o inondazioni, in tutto il mondo sarebbero circa dodici milioni quelle costrette a sposarsi per non gravare ulteriormente sul proprio nucleo familiare. Inoltre, in concomitanza con crisi di questo tipo si registra un aumento del 20-30% della prostituzione o dei traffici di schiave del sesso.

Crimini contro la natura

Il secondo livello inquadrato nella ricerca conferma come proprio in quelle aree in cui l’ambiente è posto sotto costante minaccia, le donne sono soggetti ancor più vulnerabili. In pratica, dove aumenta la pressione sugli ecosistemi, cresce in parallelo la violenza di genere. Non è un caso, pertanto, che dove si consumano crimini contro la natura (bracconaggio di animali selvatici, traffico di rifiuti pericolosi, sfruttamento nelle miniere) i diritti delle donne siano i primi a venire calpestati, insieme a quelli dei minori e delle popolazioni indigene. È soprattutto lungo le rotte battute dai trafficanti di esseri umani, fra l’Africa sub-sahariana e le coste libiche, che i due registri si mischiano, creando scenari degradanti in cui la violenza sull’ambiente fa da sfondo a quella su migranti e profughi. 

Attiviste perseguitate

A chiudere il cerchio sono infine le violenze di genere contro le tante donne che si battono per l’ambiente. Dal rapporto della Iucn emerge che, in media, sei intervistati su dieci hanno dichiarato di essere stati testimoni di persecuzioni contro attiviste. Ma questo è forse l’unico livello in cui chi soffoca nel sangue le voci di dissenso fa poca distinzione fra un genere e l’altro.

All’ultima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, tenutasi a Madrid lo scorso dicembre, da più parti è stata mossa la critica sul fatto che l’argomento dell’emancipazione delle donne in rapporto ai cambiamenti climatici non sia stato minimante sfiorato. Dal prossimo summit sul clima a Glasgow si attendono risposte anche su questo fronte.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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