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Occupare per resistere

Dal mensile di febbraio – Dalla produzione di collanti per l’edilizia a quella di saponi e detergenti ecologici. La storia di Vio.Me, la fabbrica di Salonicco autogestita dal 2013. Nonostante i disagi e le continue minacce di sgombero

Sul portone che apre agli stabilimenti della fabbrica autogestita Vio.Me di Salonicco, tre comandamenti sopravvivono all’avanzare della ruggine. A caratteri cubitali c’è scritto: “Occupy, resist, produce”. Un mantra che da anni contagia chiunque, dentro e fuori le mura, si è caricato in spalla un pezzo della rinascita di questa azienda.

È il maggio 2011 quando la Philkeram Johnson, dagli anni ’60 leader in Grecia nella produzione di piastrelle in ceramica, dichiara bancarotta nonostante le sovvenzioni ricevute dal governo. Un tonfo che si trascina dietro la controllata Vio.Me, specializzata dal 1982 in collanti per l’edilizia: colla per piastrelle, malte, intonaci e materiali per le saldature. In settanta, fra operai, chimici, impiegati e dirigenti, si trovano in mezzo a una strada. Proprio in uno dei momenti più duri della crisi economica greca, con la disoccupazione schizzata di 20 punti percentuali e un esercito di nuovi poveri spinti al di sotto della soglia di un’esistenza degna. Messi con le spalle al muro, quaranta dipendenti di Vio.Me decidono di non mollare.

Vio.Me Salonicco

Accendere le macchine

Per raccontare questa storia proviamo a entrare in contatto con qualche lavoratore. Dopo un po’ di email, fra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, La Nuova Ecologia riesce a parlare con un’operaia della fabbrica. Qualche giorno dopo arrivano le risposte alle nostre domande. A firmarle è l’intero collettivo. Dal 2013 a Vio.Me le cose funzionano così: nessuna gerarchia, dirigenti sostituiti da un’assemblea dei lavoratori e dei soci sostenitori, rotazione delle mansioni, condivisione delle responsabilità, parità di salario in base alle ore di lavoro, riunioni per prendere le decisioni. Il modello seguito è quello delle fabbriche che in Argentina, all’inizio dei Duemila, vennero salvate a un soffio dal baratro dalla forza lavoro.

«All’improvviso siamo rimasti senza stipendio, con davanti lo spettro della disoccupazione – raccontano i lavoratori di Vio.Me – Ci siamo resi conto che solo noi potevamo salvarci. Per questo abbiamo deciso di rilevare la fabbrica». L’inizio è in salita. I primi negoziati con il governo non sono incoraggianti e i sindacati si mostrano poco convincenti nel tentare una mediazione. Ma i lavoratori decidono di insistere, e forti di un supporto che si fa sempre più ampio, passano dall’occupazione all’autogestione produttiva. Viene costituita una cooperativa e il 12 febbraio 2013 i macchinari si riaccendono.

Nessuna gerarchia, dirigenti sostituiti da un’assemblea dei lavoratori e dei soci sostenitori, rotazione delle mansioni, condivisione delle responsabilità, parità di salario in base alle ore di lavoro, riunioni per prendere le decisioni

Non solo lavoro

Con la maggior parte dei materiali scaduti o sequestrati, e in mancanza di liquidità, l’unica strada è la riconversione della produzione. Le macchine vengono riadattate per sfornare non più colle ma saponi per il corpo, detergenti liquidi e in polvere per la casa e ammorbidenti, usando ingredienti naturali del territorio, come l’olio d’oliva e le erbe. Il tutto facendo tesoro delle ricette locali, sfruttando l’e-commerce, mercati e canali dell’economia sociale e solidale per la vendita diretta dei prodotti, e alleggerendo l’impatto sull’ambiente attraverso la diminuzione dello spreco di materiali, il riciclo e l’utilizzo dei flaconi per il refill. «Oggi siamo venticinque lavoratori – scrive il collettivo – La fabbrica viene gestita attraverso il controllo operaio e la democrazia diretta. Non c’è nessun capo, il nostro “capo” è l’assemblea dei lavoratori. Non c’è nessun “esperto”. Tutti apprendono delle competenze e poi condividono le loro conoscenze». In parallelo, negli anni, si rafforzano i legami fra Vio.Me e le realtà greche più vivaci: sindacati di base, movimenti antagonisti, gruppi di lavoratori di altre aziende. Un rapporto di fiducia che Vio.Me costruisce giorno dopo giorno, portando avanti azioni di solidarietà. Nel dicembre 2015 viene attivato un ambulatorio, ricavato in un vecchio laboratorio chimico. Qui, grazie a medici e infermieri volontari, vengono garantite cure a disoccupati e pensionati in difficoltà. Alcuni spazi della fabbrica sono invece adibiti a centri per la raccolta di vestiti e altri beni di prima necessità per i migranti che ogni giorno, transitando lungo la linea di confine che separa la Grecia dalla Macedonia, finiscono nel campo profughi di Eidomeni.

Vio.Me Salonicco produzione autogestita

Promesse tradite

Vio.Me continua a crescere, ma i problemi strutturali restano. A cominciare dalla fornitura di elettricità e di acqua, a cui si continua a sopperire attraverso allacciamenti abusivi. La stessa situazione salariale dei lavoratori rimane precaria, e dietro l’angolo non smettono di aleggiare il pericolo di sgombero e la messa all’asta delle mura dello stabilimento, dei macchinari e dei terreni. «I governi che si sono succeduti negli anni hanno fatto tante promesse, rimaste tali – prosegue il collettivo dei lavoratori – Tanti politici sono venuti qui in fabbrica e ci hanno garantito il loro supporto, compreso l’ex premier Alexis Tsipras, che si è fatto vedere ma soltanto prima di venire eletto. Ogni volta che abbiamo chiesto soluzioni affinché la produzione non venisse interrotta, non ci sono state date risposte rassicuranti. Hanno sempre cercato di spaventarci con minacce di sfratto e continui tagli dell’elettricità e dell’acqua. L’ultimo è avvenuto il 30 marzo scorso, da allora andiamo avanti con gruppi elettrogeni che abbiamo ricevuto grazie alla solidarietà di tante persone e organizzazioni, greche e del resto del mondo. Hanno anche provato a metterci contro i lavoratori della Philkeram Johnson che non hanno seguito il nostro percorso. Pezzo dopo pezzo, la maggior parte dei beni e dei terreni dell’azienda è stata liquidata. Ma ogni volta che hanno cercato di mettere all’asta la fabbrica siamo riusciti a impedirlo».

“Hanno anche provato a metterci contro i lavoratori della Philkeram Johnson che non hanno seguito il nostro percorso. Pezzo dopo pezzo, la maggior parte dei beni e dei terreni dell’azienda è stata liquidata. Ma ogni volta che hanno cercato di mettere all’asta la fabbrica siamo riusciti a impedirlo” – Collettivo dei lavoratori di Vio.Me

Tutto ciò non ha piegato la resistenza dei lavoratori. Attorno a Vio.Me si è allargata una rete internazionale di supporto. Sono nati canali solidali diretti con altre esperienze di fabbriche recuperate sparse per l’Europa – Rimaflow a Milano, Officine Zero a Roma, Kazova a Istanbul – e a giovarne è stata anche la vendita dei prodotti, apprezzati e acquistati in diversi Paesi. «Questa è la nostra storia – conclude il collettivo – La storia in un Paese che si sta deteriorando. La storia di un popolo che vede i suoi governi promettere cambiamenti ma agire sempre allo stesso modo, escludendo, sfruttando e opprimendo la classe operaia, i giovani e gli anziani, gli strati poveri della società e chiunque abbia bisogno di aiuto». In attesa che qualcosa cambi, i lavoratori di Vio.Me guardano avanti. Nella speranza che venga riconosciuta la legittimità di quanto hanno fatto in questi anni. Dando nuova vita a un luogo di lavoro destinato a essere cancellato dalla crisi.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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