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Fabbriche autogestite, il caso virtuoso di Vio.Me a Salonicco

Dal mensile di febbraio – Luca Calafati, ricercatore del Collettivo per l’economia fondamentale, è convinto che esistano le condizioni per evitare che esperienze come quella greca restino isolate. E salvare, così, posti di lavoro e crearne di nuovi

Luca Calafati, ricercatore del Collettivo per l’economia fondamentale e autore dell’articolo “Squat to work. Squatted workspaces, the commons and solidarity economies in Europe”, pubblicato a novembre sul giornale di studi sociopolitici Partecipazione e Conflitto, è convinto che esistano le condizioni per evitare che esperienze come quella di Vio.Me restino isolate ma, al contrario, che vengano comprese e valorizzate. Per salvare posti di lavoro e, se possibile, crearne di nuovi.

In Europa esistono altri casi di autogestione delle fabbriche?

Con la crisi economica del 2008 il fenomeno delle occupazioni illegali delle fabbriche si è concentrato soprattutto nei Paesi del sud: Francia, Grecia, Italia e Turchia. In Italia i casi più noti sono stati quelli di Rimaflow (Trezzano sul Naviglio, Milano) e Officine Zero (Roma).

Si possono distinguere diversi percorsi di occupazione delle fabbriche?

C’è il percorso dei workers buyout, ovvero l’impresa rigenerata. In questo caso i dipendenti che hanno perso il lavoro assumono, attraverso canali legali, il controllo della fabbrica andata in fallimento o di sue singole unità produttive. Poi ci sono esperienze più conflittuali, che hanno come punto di partenza le occupazioni illegali. Fra queste c’è anche quella di Vio.Me a Salonicco.

Quali sono i limiti strutturali delle occupazioni illegali?

Nel caso delle occupazioni illegali delle fabbriche parliamo di percorsi il più delle volte legati alla classe operaia. Per quanto la creatività e l’imprenditorialità di questi operai non sia da sottovalutare, partono da una posizione svantaggiata in termini di competenze, di capitale sociale e finanziario. Spesso non hanno nessuno dietro di sé e vedono l’occupazione come un’ultima spiaggia.

Di che hanno bisogno queste imprese per funzionare?

Per consolidarsi queste esperienze hanno bisogno di formazione, legalità e accesso al credito. Bisogna saper mettere a punto un business plan, scrivere dei progetti, parlare con i fornitori, mostrarsi convincenti con gli istituti di credito. Serve tutta una serie di competenze che molti lavoratori spesso non hanno. Sul tema delle occupazioni delle fabbriche circola molta retorica, si organizzano tanti convegni. La realtà, però, è che l’economia alternativa va fatta in modo concreto.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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