Vesuvio ferito

A luglio 2017 sul vulcano le fiamme hanno colpito circa 3.000 ettari di pinete, danneggiando la biodiversità e aumentando il rischio idrogeologico. Legambiente lancia una ripiantumazione degli alberi. Ma sul territorio restano ancora tanti problemi L'intervista all'esperto Marco Marchetti

Napoli Vesuvio

A due anni dal grande incendio che ha devastato il Vesuvio nel luglio 2017, i danni dei roghi sono ancora ben visibili e il rischio di nuovi incendi è elevato. «Dei circa 3.000 ettari percorsi dal fuoco, gli incendi di alta severità hanno interessato circa 800 ettari di pinete di pino domestico impiantate dall’uomo agli inizi del ‘900 sulle colate laviche. Sulla restante superficie percorsa dal fuoco l’intensità dell’incendio è stata meno severa, quindi gran parte degli alberi sono sopravvissuti», spiega Antonio Saracino, docente di Selvicoltura ed ecologia forestale, all’università di Napoli Federico II, responsabile scientifico di uno studio svolto dal dipartimento di Agraria e commissionato dall’Ente parco. «La sequenza degli incendi nel luglio e agosto 2017, innescati dall’uomo ed esacerbati da un prolungato periodo di siccità e di venti persistenti – continua Saracino – ha deturpato il paesaggio del Parco nazionale del Vesuvio, per fortuna non in modo irreparabile. La minore severità dell’incendio è stata comunque osservata nelle tipologie di bosco dove erano stati piantati lecci. Questo ci insegna che i boschi puri di pini sono più vulnerabili al fuoco rispetto a quelli puri e misti di latifoglie».

Effetti a cascata
Secondo lo studio, gli incendi non hanno solo inflitto danni materiali ai boschi, dando un duro colpo alla biodiversità, ma hanno anche aumentato i rischi idrogeologici dei versanti: un team di ingegneri idraulico-forestali è infatti al lavoro per analizzare gli scenari di rischio post-incendio associati a piogge intense. Oltre ai rischi idrogeologici, c’è anche un aumento del rischio di nuovi incendi boschivi. “L’estesa mortalità dei rimboschimenti di conifere – si legge nello studio degli esperti – il crollo della necromassa al suolo, l’apertura delle chiome nei boschi di latifoglie e lo sviluppo della vegetazione erbacea e arbustiva determinerà, nei prossimi 10 anni, un progressivo aumento del combustibile di piccole, medie e grandi dimensioni”.
A metà giugno il ministero ha trasferito all’Ente parco due milioni di euro e ha approvato un progetto per il ripristino ambientale presentato dall’Area protetta: presto saranno dunque disponibili 500.000 euro per rinaturalizzare 30 ettari di bosco. Intanto, su questo paesaggio fragile e ferito, da poco tempo è iniziata la ripiantumazione di nuovi alberi in collaborazione con Legambiente, nell’ambito della campagna di tesseramento 2019 dell’associazione. Per ora, presso il bosco posto nel lato sud del Palazzo Mediceo di Ottaviano, sono stati piantati i primi venti alberi di leccio offerti dai soci sostenitori che si sono tesserati a Legambiente. Altri trecento alberi saranno piantati a novembre. «Un’iniziativa dal forte valore educativo, grazie alla presenza delle scuole del territorio. Un primo passo simbolico verso il ripristino ambientale – commenta Pasquale Raia, responsabile aree protette di Legambiente Campania – Chiunque può contribuire alla piantumazione di un albero diventando socio sostenitore di Legambiente, collegandosi al sito dell’associazione o presso uno dei circoli diffusi in tutta Italia».
Servono però ancora tantissimi alberi. «Il Parco sta aspettando l’esito di un bando della Città metropolitana di Napoli e l’erogazione dei finanziamenti relativi alla riforestazione di 160 ettari. Va sottolineato che per legge nelle aree incendiate si può procedere a riforestare solo dopo una deroga speciale del ministero», puntualizza Stefano Donati, direttore del Parco nazionale del Vesuvio, rassicurando che «i progetti riguarderanno esclusivamente essenze autoctone (leccio, sughera, roverella, frassino e corbezzolo, ndr), più adattate all’ambiente vesuviano e più resistenti agli incendi».

Immondizia a fuoco
A minacciare questa timida rinascita sono tornati purtroppo i roghi dolosi di rifiuti: il 13 giugno un focolaio è stato appiccato su cumuli di rifiuti industriali (tonnellate di stoffa, plastica e gomma), sotto i pini e in piena area protetta. Un incendio che solo grazie a un tempestivo intervento non si è esteso. «È un problema ciclico», denuncia don Marco Ricci, parroco del quartiere di San Vito, Ercolano, presidente dell’associazione “Salute Ambiente Vesuvio” e vincitore nel 2017 del premio “Ambientalista dell’anno”. «Sono rifiuti speciali, spesso pericolosi, provenienti da industrie edili o di pellame che li sversano illegalmente per risparmiare sui costi di smaltimento. Poi per cancellare le prove bruciano tutto. È un sistema di corruzione estesa».
Interpellato sulla questione dei rifiuti, il direttore Donati spiega che non è competenza del Parco rimuoverli: «Stiamo comunque monitorando 139 siti di micro-discariche, abbiamo trasmesso l’elenco ai Comuni, chiedendogli di procedere con le bonifiche; abbiamo proposto ai Comuni di finanziare la realizzazione di dissuasori, barriere e sbarre anti intrusione per impedire che i malintenzionati possano addentrarsi nelle strade private pedemontane per abbandonare rifiuti». Sulle pendici del Vesuvio c’è davvero di tutto: non solo rifiuti speciali, ma anche rifiuti urbani lasciati dai gitanti incivili.

Aria da ripulire
«La Pasquetta anche quest’anno, ad esempio, ha lasciato una scia infinita di rifiuti: stoviglie usa e getta, padelle, frigo, che si sommano alle micro-discariche industriali. Così, quando il bosco va a fuoco, noi respiriamo di tutto. Io celebro funerali di continuo, soprattutto di bambini e giovani, malati di leucemia, mesotelioma, tumori». Parla sommessamente don Marco, che ha avuto il coraggio di denunciare le discariche abusive gestite dalla camorra, dove dagli anni ‘80 arrivavano camion da tutta Italia per sversare rifiuti tossici. «Dopo le nostre denunce, le nostre marce e le nostre proteste, nel luglio 2017 i piromani assediarono il Vesuvio appiccando incendi fra Ottaviano, Ercolano, Torre del Greco. I roghi andarono avanti per 15 giorni, per colpevoli ritardi non furono spenti subito. E poi? Quasi nessuna riforestazione, gli alberi carbonizzati non sono stati abbattuti, e continuano gli sversamenti di rifiuti».
Gli interventi di abbattimento degli alberi completamente bruciati sono stati avviati in effetti solo da alcuni mesi. «Si può agire solo sulle aree a proprietà pubblica, in quelle private è più problematico: nessuno può obbligare i privati ad abbattere gli alberi bruciati – spiega Stefano Donati – anche perché più tempo passa, meno valore commerciale avrà il legno e sempre meno privati vorranno abbattere». C’è tanto da fare anche per ripristinare la rete dei sentieri. E bisogna farlo il prima possibile. l

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