Venezia, laguna a rischio

Il traffico lungo il Canale Malamocco-Marghera ha stravolto la morfologia del territorio. Il commento di Luca Zaggia, geologo dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr

La morfologia della laguna è stata stravolta dal traffico lungo il Canale Malamocco-Marghera, noto come il “canale dei petroli”, costruito negli anni ’60 per le petroliere dirette al polo petrolchimico. Secondo uno studio realizzato nell’ambito del progetto di ricerca nazionale “Ritmare”, coordinato dal Cnr, in media fra il 1974 e il 2015 le aree emerse a ridosso del canale si sono ritirate di 3-4 metri all’anno e i bassi fondali adiacenti hanno subito una forte erosione. Ne abbiamo parlato con Luca Zaggia, geologo dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr.

A che cosa è dovuta l’erosione?

Luca Zaggia

Il passaggio di una nave lungo un canale genera una depressione ai fianchi dell’imbarcazione, che interagisce con i fondali al margine del canale generando un’onda a forma di V, la cui ampiezza varia in base a velocità e grandezza della nave e all’ampiezza del canale. La perturbazione segue la nave durante la navigazione ed è il maggiore fattore di erosione: porta in sospensione i sedimenti delle sponde e li trascina verso il fondo del canale, dove la deposizione rende necessari frequenti dragaggi. Un’operazione molto costosa.

Che effetti ha il fenomeno in un ambiente come quello della Laguna di Venezia?

Attraversando bassi fondali, la depressione provocata dalle navi si propaga anche per centinaia di metri oltre i limiti del canale. Qui la sua ampiezza si riduce per l’interazione con il fondale, ma l’energia dissipata dall’onda si traduce in erosione dei fondali. A lungo andare i fondali ai margini si approfondiscono e la costante risospensione dei sedimenti influenza l’ecosistema acquatico, perché riduce la trasparenza dell’acqua e appiattisce la morfologia, con perdita di habitat e dei servizi ecosistemici a esso legati. L’abbassamento dei fondali nel bacino della laguna centrale ne aumenta la vulnerabilità alle mareggiate e agli eventi di acqua alta sempre più frequenti. Infine, la continua risospensione di sedimenti può smuovere contaminanti con possibili effetti negativi su tutto l’ecosistema.

Eppure si pensa a questa soluzione per far entrare in Laguna le grandi navi da crociera, quelle oltre le 40.000 tonnellate, e non farle passare dal bacino di San Marco.

Va fatta un’attenta valutazione. Il volume del traffico e le dimensioni delle navi da carico, dagli anni ’60, sono progressivamente aumentati e la morfologia del canale non è riuscita ad adattarsi a questa pressione crescente e continua. Sono circa 3.000 le navi che entrano ed escono ogni anno dalla bocca di Malamocco, molte superano i 200 metri di lunghezza. Aggiungerne altre cinquecento, tutte di grandi dimensioni, avrebbe un impatto importante. È difficile immaginare un grande porto senza impatto ambientale, ma i risultati delle ricerche potrebbero essere tenuti in considerazione per una gestione sostenibile del traffico navale, tale da minimizzare le conseguenze sulla morfologia e sull’ecosistema.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.