Venezia città di cartapesta

Nel centro storico ci sono 370 turisti per residente. Un numero che non ha uguali nel resto del mondo. E che sta uccidendo Venezia

A Venezia le pescherie di Rialto stanno chiudendo. A metà anni ’90 nelle logge dello splendido palazzo novecentesco affacciato sul Canal Grande c’erano 19 banchi che vendevano il pesce, il prodotto base della cucina veneziana. Oggi ne sono rimasti una decina per appena sei esercenti in totale, che assistono attoniti alla lenta agonia di uno dei luoghi più pittoreschi e fotografati della città lagunare. Le pescherie di Rialto chiudono perché i turisti non comprano il pesce, al più lo fotografano appunto. In albergo o anche nelle case vacanze nessuno si mette a cucinare cozze e granseole e i residenti sono ormai scappati dal centro cittadino. Così il turismo veneziano comincia a segare il ramo sul quale è seduto, cancella i luoghi stessi della visita a Venezia, le splendide e colorate pescherie che fra qualche tempo lasceranno il posto all’ennesima quinta fasulla, buona per ospitare magari un matrimonio o una festa privata. Sono la vita, la realtà, l’autentico che scappano via da Venezia per lasciare il posto alla finzione scenica: una città di cartapesta, un set cinematografico ancora buono a impressionare i milioni di turisti che ogni anno navi crociere e pullman riversano sulle calli veneziane.

A Venezia ci sono quasi 74 turisti per ciascun residente, che diventano 370 se consideriamo il rapporto con i residenti nel solo centro storico della cittadina. Un numero enorme che non trova uguali nel resto del mondo: a Barcellona i turisti sono meno di 5 per ciascun abitante, a Mallorca 10, ad Amsterdam meno di 8. Ed è un fenomeno che non accenna a diminuire se si considera il trend in crescita per i viaggi del club della middle class mondiale, che ha raggiunto i 3,7 miliardi di soci con un aumento di 160 milioni di nuovi membri ogni anno. Senza contare il mercato cinese, passato dai 10,5 milioni del 2000 ai 145 del 2017, fino ai 400 milioni attesi per il 2030. Per questo qualche mese fa a Mestre ha aperto i battenti un altro ostello low cost nuovo di zecca con ben 998 posti letto in vendita a partire da 11 euro a notte.

Con numeri del genere è difficile immaginare ricette di contrasto che abbiano l’ambizione di risolvere il problema con pochi e piccoli accorgimenti. La terapia per guarire dalla febbre dell’overtourism è lunga e severa. A Dubrovnik, l’altra grande malata dell’Adriatico presa di mira da milioni di visitatori stimolati al viaggio dopo le immagini di Game of Thrones, hanno cominciato a sperimentare il numero chiuso: 4.000 turisti al giorno come limite massimo. È come iniziare la cura antibiotica, ma gli effetti non saranno immediati. Poi si dovrà parlare di ridistribuzione spazio temporale, di sviluppo di offerte e prodotti alternativi, di monitoraggio dei flussi e regolamentazione di fenomeni nuovi come Airbnb, di ecotasse e sostegno al turismo di qualità. E anche questo mix di contromisure non è detto che funzioni se non si adottano strategie coraggiose per riaffermare la forza della realtà sulla finzione turistica.

Articolo pubblicato su Nuova Ecologia – settembre 2019