martedì 19 Gennaio 2021

Cambiamento climatico, venditori di fumo

I mercati del carbonio sono lo strumento più utilizzato nell’ambito delle politiche per il clima. Ma fino ad oggi hanno alimentato truffe, violazioni dei diritti e degrado ambientale. Senza ridurre le emissioni

Dal mensile di ottobre – A molti sarà capitato di visitare il sito di una compagnia aerea per acquistare un volo e trovare, subito prima del pagamento, una casella che invita a compensare le proprie emissioni con un piccolo contributo volontario. In un momento in cui la flight shame, la vergogna di volare, sta crescendo fra i consumatori, un gesto di carità verso l’ambiente può migliorare il proprio rapporto con la coscienza. Tuttavia non è così chiaro che cosa succeda dopo il nostro click, perché le informazioni sono poche e generiche. Ryanair, ad esempio, fornisce solo una lista delle società di consulenza che la aiutano a indirizzare quel denaro in progetti sostenibili. Queste aziende broker hanno sul loro portale un menu di programmi ambientali nei Paesi in via di sviluppo, di solito investimenti in energie rinnovabili o nella rigenerazione delle foreste. La svizzera First climate è una di queste. Uno dei progetti che raccomanda ai suoi clienti è una diga di 98 metri sul fiume Sutlej, che sgorga verso l’India dall’Himalaya tibetano. L’impianto – costruito dalla Jaipee Karcham Hydro corporation, che poi lo ha venduto a Jindal Steel Works nel 2015 – viene descritto come un’opera per aiutare comunità fortemente dipendenti dal carbone a rifornirsi di energia rinnovabile e ridurre le emissioni. Il carbonio non emesso grazie all’idroelettrico viene calcolato e commutato in crediti, vendibili poi a chi quel carbonio non può far altro che mandarlo in atmosfera. «Questo genere di approccio comporta grandi rischi – mette in guardia Antonio Tricarico, direttore di Re:Common ed esperto di finanza climatica – Il primo è che la possibilità di compensare le emissioni porti a rallentarne la riduzione: comprare permessi di inquinare permette alle società di evitare più costose riforme e obbliga il pianeta a basarsi sui combustibili fossili ancora per lungo tempo. L’altro rischio è che i progetti di compensazione delle emissioni non siano poi così ecologici, come dimostrano ormai quindici anni di denunce di organizzazioni e movimenti».

L’impatto delle grandi dighe himalayane, infatti, è tutt’altro che sconosciuto: secondo una ricerca dell’Università di Potsdam, una su quattro è a rischio frana per la sismicità della zona, e quella che permette a Ryanair di sembrare più green non fa eccezione. Poi c’è la questione dei diritti: le comunità locali del distretto di Kinnaur denunciano da quasi due decenni il mancato coinvolgimento nel processo decisionale, una valutazione di impatto ambientale difettosa e tardiva, l’assenza del piano di gestione di un eventuale disastro. «La policy di First climate è ottenere compensazioni di carbonio solo da progetti che sono stati certificati in base a standard riconosciuti a livello internazionale – risponde Benjamin Seitz, responsabile della comunicazione della società svizzera – In tutti questi standard, la consultazione delle parti interessate è un prerequisito per ottenere la certificazione. Inoltre, ovviamente, i progetti infrastrutturali sono sempre soggetti all’approvazione delle autorità locali. Indipendentemente da ciò, First climate avvierà processi di due diligence per i progetti nel proprio portafoglio. Questo esame potrà portare all’esclusione di un progetto in caso di dubbi sulla sua qualità o sull’impatto».

L’ombra di Kyoto
Nonostante esistano diversi tipi di standard e certificazioni, molto spesso non hanno evitato problemi come questo né contribuito a ripulire l’atmosfera. Quest’ultimo aspetto è il più sorprendente, visto che si tratta di paragonare una tonnellata di carbonio emessa da un volo aereo con una risparmiata da un impianto idroelettrico. «Fare una comparazione fra il carbonio non emesso in un luogo e quello invece disperso in un altro è matematicamente possibile – spiega Giuseppe Barbiero, ricercatore di Ecologia all’Università della Valle D’Aosta – Abbiamo le capacità scientifiche per farlo con accuratezza. Ma oltre al calcolo di equivalenza ci sono molti fattori che entrano in gioco quando alla base c’è un obiettivo economico». Finora i fattori che rendono inaffidabili i progetti di compensazione del carbonio sono stati ignorati. Anzi, intorno al commercio di questa commodity è fiorita un’imponente industria finanziaria, favorita da istituzioni internazionali come Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione Europea. Secondo molte organizzazioni e movimenti ecologisti ridurre la crisi climatica a una questione di carbonio ha permesso che questi mercati speculativi prendessero piede negli ultimi quindici anni, sia su scala volontaria che nell’ambito di meccanismi vincolanti, come quelli al cuore degli accordi sul clima.  Il Protocollo di Kyoto, approvato nel 1997 e ratificato nel 2005, ha dato alla luce un primo schema di scambio delle emissioni: il Meccanismo di sviluppo pulito (Clean development mechanism, Cdm). L’idea era quella di consentire ai governi e alle imprese dei Paesi industrializzati di ridurre le emissioni laddove era meno costoso, cioè nei Paesi in via di sviluppo. Investendo in progetti di conservazione o di sostenibilità, il “Primo mondo” avrebbe compensato il suo impatto climatico nel “Terzo mondo” aiutando nel frattempo i Paesi meno ricchi a dotarsi di tecnologie a basso impatto. I progetti sostenibili, rimpiazzando alternative più inquinanti, avrebbero permesso di evitare tonnellate di emissioni. Questi gas serra non emessi avrebbero generato crediti di carbonio, che le imprese potevano utilizzare per compensare la propria attività nell’emisfero nord o rivendere sul mercato. Com’è andata? Un dossier del 2016 redatto dall’Öko institute per la Commissione europea ha fatto il punto a dieci anni di distanza: “Nell’85% dei progetti analizzati – hanno scritto i ricercatori – c’è una bassa probabilità che le emissioni siano davvero addizionali e non sovrastimate”. Tradotto: il perno del più importante accordo globale sul clima prima di Parigi era così malfermo che le aziende e i Paesi industrializzati hanno potuto evitare un cambio di modello produttivo grazie a meccanismi di finanza creativa tutt’altro che innocui. Sono moltissimi i casi in cui le comunità locali, consultate molto di rado, denunciano land grabbing, abusi, violenze e minacce.

Anche l’Italia ha partecipato al Meccanismo di sviluppo pulito, collezionando brutte figure con le sue aziende e come Stato. Nonostante la manica larga delle Nazioni Unite, il nostro Paese si è visto bocciare due progetti, entrambi riguardanti impianti idroelettrici in Cina. Emblematico il caso di una centrale gestita da Edison, rigettata per l’incapacità di dimostrare l’addizionalità delle riduzioni. L’Italia ha anche partecipato, dal 2011 al 2019, a un progetto di riforestazione nel distretto di Humbo, nel sudovest dell’Etiopia. Ne è nata una forte opposizione locale, repressa con detenzioni arbitrarie, minacce, ricatti e trasferimenti forzati.

Perseveranza diabolica
La lezione di Kyoto non è stata appresa: i mercati del carbonio continuano a crescere, variare e ramificarsi. Secondo l’Ecosystem Marketplace, il mercato delle compensazioni volontarie si è avvicinato a 300 milioni di dollari e ha scambiato quasi 100 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nel 2018. Sul mercato vincolante, i dati di Refinitiv per il 2019 ci dicono che il volume delle transazioni ha raggiunto i 194 miliardi di dollari. Nel tempo sono sorti mercati regionali delle emissioni con regole e prezzi diversi, dalla Cina alla California, fino all’esempio più importante incarnato dall’Emission trading system europeo. Parallelamente l’Onu porta avanti lo schema Redd+, in cui finanzia progetti di gestione forestale che generano crediti di carbonio, con l’obiettivo di ridurre la deforestazione: rendendo più conveniente piantare alberi piuttosto che tagliarli. Ma tutti questi tentativi hanno finora fallito: da quando il Protocollo di Kyoto e tutti i suoi epigoni sono in vigore, le emissioni planetarie sono cresciute quasi annualmente, la deforestazione non è stata ridotta in maniera strutturale e questi meccanismi hanno contribuito al pesante ritardo nel campo dell’azione climatica. Nonostante questo, il pilastro dell’Accordo di Parigi è ancora una volta un mercato finanziario. L’articolo 6 prevede di andare “oltre Kyoto” e di creare una cornice legale capace di contenere tutte le esperienze oggi in atto, accogliendo non soltanto crediti da progetti energetici o di conservazione forestale ma qualunque tipo di credito generato dalla finanziarizzazione della natura. Il Paese che li acquista potrà poi conteggiarli nei suoi impegni di riduzione delle emissioni. Larry Lohmann, ricercatore dell’organizzazione britannica The Corner House, studia da decenni i meccanismi di finanza climatica e non si aspetta nulla di buono: «I mercati del carbonio non sono progettati per ridurre le emissioni. La loro funzione, nell’accordo di Parigi e non solo, è di prolungare la vita dell’economia dei combustibili fossili – spiega – Questo è il motivo per cui convivono molto felicemente da più di vent’anni con un aumento catastrofico delle emissioni. Per ottenere una qualsiasi riduzione con politiche che includano i mercati del carbonio, si dovrebbe ricorrere alla regolamentazione statale che crea la merce da scambiare sui mercati, invece che lasciare tutto in mano al mercato stesso». Fino ad oggi i governi, per paura di perdere competitività in settori chiave, non hanno avuto il coraggio di regolamentare strettamente il sistema o scegliere strade diverse dalla speculazione finanziaria. Così, alla Cop25 di Madrid, i negoziatori non sono riusciti a mettersi d’accordo sulle regole alla base dell’articolo 6: molti dei maggiori beneficiari del vecchio meccanismo di Kyoto, in particolare il Brasile, vogliono la stessa libertà di azione e niente vincoli ambientali o sui diritti umani, chiedono di poter calcolare due volte i crediti generati dai progetti (una per sé e una per l’investitore) e utilizzare sul nuovo mercato la montagna di certificati spazzatura non spesi nel Clean development mechanism. L’Ue e altri Paesi cercano di salvare le apparenze chiedendo l’abolizione delle pratiche più smaccatamente speculative. È probabile che alla prossima Conferenza delle parti una sintesi verrà raggiunta, ma guardando alla storia di questi sistemi è lecito attendersi un altro accordo al ribasso. Un fallimento davanti al quale compensare le emissioni del nostro volo low cost diventerà l’ultimo dei problemi.

PER SAPERNE DI PIU’

Un mercato drogato
Negli anni le imprese europee non hanno avuto “bisogno” di comprare quote di carbonio. Questo, complice il calo delle emissioni post 2008, ha fatto crollare il prezzo della CO2

Tra i “fratelli di Kyoto”, il più anziano e vasto mercato del carbonio è l’Eu-Ets (Emission trading system) nato nell’Ue nel 2005. Nell’Ets avvengono oggi l’80% degli scambi di emissioni globali e sono coinvolti circa 12.000 impianti industriali di diversi settori ad alto impatto climatico, dall’acciaio al settore energetico. Più di recente anche i voli intraeuropei sono stati inclusi nel sistema, che rappresenta il principale strumento di politica climatica dell’Unione e copre quasi la metà delle emissioni continentali. Il funzionamento è diverso dai meccanismi di Kyoto: qui l’Ue mette un tetto alle emissioni totali, incoraggiando chi rischia di superarlo all’acquisto di quote di carbonio da soggetti che hanno avuto performance migliori rimanendo sotto il limite. L’idea è che lasciare agli operatori privati la libertà di scambiare titoli di emissione garantisca riduzioni al minor costo possibile, al contrario della tassazione diretta o di altre forme di regolamentazione. In questo modo l’Ue sperava di evitare la delocalizzazione delle imprese più inquinanti, immettendole su un percorso di innovazione sostenibile degli impianti.  È successo l’esatto contrario. Per accontentare l’industria, Bruxelles ha drogato il mercato per anni, pompando quote gratuite e distribuendole alle imprese in gran quantità. Saziate dagli aiuti, le società non avevano più bisogno di comprare sul mercato i permessi. Tutto questo, in corrispondenza del calo delle emissioni innescato dalla crisi del 2008, ha fatto crollare la domanda e di conseguenza il prezzo della CO2. In più, come dimostrato dalla ong Carbon Market Watch, le aziende non solo sono state rimpinzate di quote di emissioni gratuite ma hanno potuto convertirle in denaro. Tra il 2008 e il 2014 con questo giochetto hanno incamerato 27 miliardi di euro, senza ridurre le emissioni per ragioni diverse dalla recessione globale. La Commissione e il Parlamento europeo hanno cercato di riparare promuovendo una riforma che ha messo in piedi una Market stability reserve (Msr), uno spazio virtuale dove all’occorrenza vengono collocate – togliendole dal mercato – le quote in eccesso. Saranno nuovamente insufflate nel sistema se dovesse servire per calmierare il prezzo. Dal 2021, inoltre, le quote distribuite da Bruxelles non verranno più regalate, ma messe all’asta. Oggi, dopo aver rasentato lo zero negli anni successivi alla crisi, il costo di una tonnellata di CO2 nel mercato europeo è di circa 25 euro: troppo lontano dai 50-100 dollari stimati per il 2020 dalla Commissione sul prezzo del carbonio di Banca Mondiale, così come altrettanto distante è il traguardo dei 75 dollari raccomandato dal Fondo monetario internazionale per il 2030.

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Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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