martedì 26 Gennaio 2021

Veleni d’Italia

Vista dall'alto della zona industriale di Porto Marghera

Ripercorrere la storia dei disastri ambientali provocati dall’industrializzazione italiana del XX secolo fa bene a chi già sa. Serve a non dimenticare e ad affrontare le sfide di oggi, contro i tanti che non vogliono vedere i rischi del cambiamento climatico o del dissesto idrogeologico. Ma fa soprattutto bene a chi non sa, per aprire gli occhi su quanto la storia ci insegna, per fare oggi scelte responsabili. È questo il senso più profondo del libro inchiesta di Marina Forti. Non è il solito pamphlet sull’inquinamento, sulle mancate bonifiche, sulle illegalità, sulle responsabilità di amministratori con pochi scrupoli. C’è tutto questo. Ma c’è molto di più. Marina Forti, con uno stile incredibilmente leggero, puntuale e penetrante, ci porta nel cuore del problema, attraverso un viaggio nella trasformazione industriale dell’Italia, smontando luoghi comuni e ricostruendo la storia. La storia, appunto! Perché se il primo shock esplode il 10 luglio del 1976, all’Icmesa di Seveso, è tutto il “miracolo italiano” a venire riletto con altri occhi, come dimostra bene la citazione delle Norme tecniche di attuazione del piano regolatore di Venezia, emanate nel 1962: “Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana”. Quel “miracolo” che ha prodotto 180.000 ettari di suolo inquinato da bonificare.  Che ha lasciato molte vittime sul territorio, come ricorda l’indagine Sentieri, dell’Istituto superiore di sanità, coordinata da Pietro Comba. Che si è nutrito di luoghi comuni e reticenze di chi sapeva, e non ha parlato, e di chi non ha voluto vedere.

Un disastro che non è patrimonio esclusivo del Sud. Il viaggio inizia a Seveso, in Lombardia, per toccare poi Veneto, Lazio, Puglia, Sicilia, Sardegna, Campania. E sono solo alcune delle storie che si possono raccontare. Il problema è nazionale e affonda le sue radici in un grande equivoco politico e culturale: la gratuità delle esternalizzazioni ambientali, che si nutrono del conflitto lavoro contro salute, operai contro abitanti, il benessere presente contro la possibilità di futuro. La filosofia è una sola: il danno ambientale è gratuito per le aziende, ma pagano le comunità locali e lo Stato in termini di salute e di costi economici. Al quadro si devono poi aggiungere le bonifiche non fatte (ad oggi appena il 3% quelle realizzate), quelle fasulle, i siti orfani, dove le aziende hanno chiuso e non si sa a chi chiedere il rimborso dei danni.

Ma tutto ciò non ha lasciato solo disastri. C’è una reazione civica, dal basso, sempre più forte. Negli anni Ottanta, ricorda Marina Forti, è la nascita di Legambiente “in nome del popolo inquinato” a suonare l’allarme, poi nelle fabbriche stesse cambia la musica, la figura di Ferruccio Brugnaro, operaio a Marghera, un antesignano che già negli anni Sessanta aveva denunciato i danni provocati dalle lavorazioni chimiche, non è più un profeta isolato. Cambia la sensibilità del sindacato, ma soprattutto nascono ovunque movimenti di cittadini che fanno quanto le autorità non garantiscono: guardano, controllano, denunciano. Insomma, “il popolo inquinato” non subisce più in silenzio. Non si rassegna.

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