giovedì 25 Febbraio 2021

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Vanessa Roghi parla di Gianni Rodari: “Ha portato il mondo degli adulti in quello dell’infanzia”

Vanessa RoghiVanessa Roghi, storica del tempo presente e ricercatrice indipendente, ha risposto subito alla nostra richiesta di intervista su Gianni Rodari. Ha insegnato a La Sapienza e i suoi ultimi libri sono La lettera sovversiva (Laterza, 2016) e Piccola città (Laterza, 2018). Ora sta per uscire il suo Lezioni di Fantastica – Storia di Gianni Rodari. Già con la prima risposta alla domanda sul rapporto tra mondo dell’infanzia e quello adulto ci spiazza: «Non credo che Rodari abbia cercato di portare il mondo dell’infanzia all’attenzione degli adulti ma, direi, viceversa: ha portato il mondo degli adulti, il lavoro, l’emigrazione, la dimensione utopica, proprie storicamente della letteratura per adulti, nel mondo dell’infanzia. E questo perché adulti e bambini in realtà condividono lo stesso mondo: non dimentichiamoci che Rodari inizia a scrivere per i bambini per caso, su l’Unità di Milano nel 1949».

Il Rodari giornalista è sempre presente.
Lui, in quel momento, è cronista e inviato, documenta la difficile ripresa del Paese dopo la guerra, racconta la vita dei contadini, dei ferrovieri, i primi scioperi dell’Italia repubblicana accolti spesso dalla celere a suon di manganellate. E capisce che questo riguarda tutti, grandi e piccoli. Ora è chiaro che non manchi un intento pedagogico nelle sue prime rime e filastrocche, ma la sua è una pedagogia democratica, che pone davvero grandi e piccoli sullo stesso piano: c’è un’immagine che Rodari ama molto e che usa spesso, quella dell’adulto che aiuta il bambino a salire, ma come? Porgendogli la mano, aiutandolo a spostare una sedia, una panca che lo porti un gradino più in alto, come fa il saggio nonno di Lenin, il dottor Blank, quando si accorge che il nipote ama uscire di casa dalla finestra: lungi dall’impedirglielo decide di mettere una panca sotto la finestra. Continui pure a sperimentare ma senza rompersi l’osso del collo. Un esempio fra i tanti che potrei fare. Questo comunque a Rodari arriva direttamente da Bertold Brecht, Walter Benjamin, dunque da chi ha riflettuto sull’educazione in una prospettiva chiaramente rivoluzionaria.

C’è un aspetto molto forte di edulcorazione di Gianni Rodari. Si parla di lui ma si “dimentica” la sua storia politica, di battaglia, il suo lavoro con il Movimento di cooperazione educativa. In che modo ne è stato invece protagonista?
All’inizio della sua “carriera” Gianni Rodari, in termini di ragionamento sulla scuola, è un intellettuale del Pci: la scuola faceva parte di un pacchetto di problemi che riguardavano la società nella sua interezza. Per risolverli bisogna prendere per le corna il grande tema delle riforme. Poi Rodari incontra i maestri del Movimento di cooperazione educativa – Giuseppe Tamagnini, Mario Lodi, Bruno Ciari – che ragionano su come trasformare la scuola dal suo interno senza aspettare la “grande trasformazione”. Da loro impara che le tecniche didattiche non sono mai neutre ma segno di una postura intellettuale, di una scelta militante chiara. Ci sono molte occasioni nelle quali Rodari prende le parti dei maestri del Mce: dal 1966, quando vengono attaccati dal mensile Riforma della scuola, al 1975, quando si vota per la prima volta per gli organi collegiali. La lucida radicalità di Rodari colpisce sempre, così come la sua intelligenza, il suo essere davvero il più “rivoluzionario” di tutti.

È molto presente il tema della giustizia e ingiustizia sociale, le differenze fra poveri e ricchi. È il risultato evidente del suo essere marxista iscritto al Pci. C’è anche qualcosa che è rimasto dell’educazione da seminarista, che pure ha rinnegato, oppure no?
Direi di sì. Quando leggo Rodari penso spesso a una poesia di Charles Peguy, cattolico: bisogna fare sulla terra il proprio mestiere di esseri umani. Ecco, Rodari in questo coniuga la dimensione utopica del marxismo con quella radicale di un certo personalismo cattolico. La questione della responsabilità è un tema molto forte nel pensiero dei preti operai, di un don Milani per esempio, che Rodari osserva fin dal 1957, cioè da quando vengono tolte dal commercio le Esperienze pastorali. L’ultima intervista concessa da Rodari dice all’incirca così: io ho deciso di vivere senza una religione perché penso che prima dobbiamo occuparci di risolvere i problemi qui e ora. “Cominciamo a fare questo, poi se è il caso penseremo a Dio. Può darsi che in futuro Dio esista, non lo so. Oggi ritengo che sia più importante risolvere i nostri rapporti fra uomini, fra classi e fra Paesi, anche se sono convinto che questo non metterà fine ai problemi individuali. Non è facile essere completamente laici…”.

A “Nuova Ecologia” interessa moltissimo la parte del rapporto con la natura e con l’ecologia dello scrittore.
In Rodari quello che oggi potremmo definire il tema ambientalista non è centrale, ma questo perché l’ambientalismo come parte della cultura della Sinistra ha una storia controversa e non lineare. Pensiamo al dilemma lavoro/ambiente/salute, ancora oggi difficile da sciogliere. C’è però in Rodari un’attenzione alla natura come luogo delle possibilità, penso al filobus n. 75 che il primo giorno di primavera cambia strada e porta tutti i passeggeri al mare a raccogliere fiori. Penso alle filastrocche sul cielo, sulle stelle. All’idea della condivisione di un patrimonio infinito di cui abbiamo così poca consapevolezza, così poca che a volte qualcuno pensa di poter diventarne padrone. Certo è che per Rodari la natura è amica e mai indifferente: a studiarlo a fondo fa venire in mente un Giacomo Leopardi rovesciato. Il suo è un ottimismo cosmico e la natura, con i suoi arcobaleni, la sua luna, i suoi fiori, è dalla nostra parte. Tocca a noi essergliene grati.

E che rapporto aveva, infine, con il progresso tecnologico?
Un approccio che definirei illuminista: guarda con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione il presente, disponibile a trovare una possibilità là dove, intorno a lui, tutti vedono un ostacolo, se non un baratro. La tecnologia è per lui dunque un’immensa fucina. Del resto, dirà, bisogna parlare al bambino con la lingua del mondo in cui vive. Se nel mondo in cui vive ci sono tv, frigoriferi e astronavi allora si parli anche di questo, senza paura. Giovannino Perdigiorno non scappa dal paese degli uomini a motore perché ha paura dei brum brum e perepé ma perché lì ogni altra funzione umana è andata perduta e gli uomini stessi sono diventati macchine. Ma questo, ci ricorda Rodari, non è colpa delle macchine, bensì degli uomini.

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