mercoledì 19 Gennaio 2022

Acquista

Login

Registrati

Vanessa Pallucchi, Forum Terzo settore: “Pnrr sia occasione di discriminazione positiva”

Dal mensile – La vicepresidente di Legambiente, nuova portavoce del Forum, delinea le priorità del volontariato, dell’associazionismo, della cooperazione e dell’impresa sociale: lotta alle disuguaglianze, affermare un modello di sussidiarietà circolare, spingere per completare la riforma

Non ci può essere una ripresa economica senza una transizione ecologica inclusiva che non lasci indietro nessuno, e nessun territorio. Anzi, i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza dovranno andare a sanare proprio le situazioni ai margini. Vanessa Pallucchi, vicepresidente nazionale di Legambiente, all’indomani della sua elezione il 20 ottobre scorso a portavoce del Forum del Terzo settore, organismo di rappresentanza di 94 organizzazioni nazionali e oltre 158.000 sedi territoriali nel volontariato, nell’associazionismo, nella cooperazione e nell’impresa sociale, punta lo sguardo al futuro. E a un lavoro di ricucitura sociale da fare già nel presente, cogliendo gli spazi offerti dall’attuazione della riforma del Terzo settore. Che, confida a Nuova Ecologia, può fare «molto per costruire non solo una operatività ma un pensiero per ricostruire relazioni solidali». Anche per dare risposte ai giovani che si mobilitano per il clima.

All’indomani della tua elezione hai indicato fra le priorità la lotta alle disuguaglianze che sono aumentate con la pandemia. Il Forum del Terzo settore farà parte del Tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale. Si teme che i fondi del Pnrr non favoriscano tutti i cittadini e tutti i territori nella stessa maniera. Quale può essere il contributo del Terzo settore per impedire che ciò accada?

Il nostro approccio alla messa a terra dei fondi del Pnrr è orientato ad affermare l’ottica della discriminazione positiva, per destinare più risorse dove occorre colmare i divari. I bisogni sociali che il nostro Paese già presentava erano significativi, ma dopo la pandemia si sono acutizzati e ampliati ad altre fasce di popolazione. La transizione ecologica e la ripartenza del Paese devono avere alla base questo principio di giustizia. Il Terzo settore ha tre grandi punti di forza per candidarsi a essere un interlocutore che può contribuire al giusto utilizzo di queste risorse: la capillarità sui territori, le competenze nel campo dell’innovazione sociale e ambientale, la capacità di intercettare le fasce più fragili e farsi portavoce delle loro necessità.

C’è il rischio che le trasformazioni generate dal Pnrr non siano inclusive e partecipate?

Il rischio è molto forte, perché i tempi sono ristretti e i tavoli di confronto con la società civile non ancora partiti. Ma c’è un aspetto ancora più profondo: la partecipazione genera consapevolezza e questa genera possibilità di scegliere come cambiare le cose. Se questo processo non viene attivato, cambieremo la materialità del Paese senza aver cambiato la cultura dei cittadini e dei territori. Senza, soprattutto, che le comunità ne siano attive protagoniste. E dentro le comunità includo anche istituzioni e organizzazioni del Terzo settore.

È una questione di risorse a disposizione o i soggetti del Terzo settore, l’associazionismo, il volontariato e l’impresa sociale devono dotarsi di nuove competenze, nuovi strumenti?

Anche nel mondo del Terzo settore ci sono diversi livelli di consapevolezza che dobbiamo andare a colmare. Da una parte, infatti, il Terzo settore è fra i principali sperimentatori di innovazione economica, sociale e ambientale con molte pratiche già attive da tempo che hanno fatto scuola. Dall’altra, ha bisogno di trovare una nuova forma più integrata di essere presenti sui territori e nelle comunità per costruire risposte a bisogni sempre più articolati e differenziati. Questa possibilità ce la sta offrendo l’attuazione della riforma del Terzo settore, che individua nuovi spazi e opportunità per gli enti come attuatori di una vera e propria azione sussidiaria che si incontra virtuosamente con il pubblico per un comune interesse collettivo. 

La mappa delle disuguaglianze sociali spesso si sovrappone con quella del degrado ambientale. Che cosa significa e quali sono le ricette da mettere in campo per riscattare i territori?

Come Legambiente abbiamo da tempo individuato questo binomio come la sfida più complessa e urgente sulla quale impegnarci. È il punto, a mio avviso, delle frontiere dell’ambientalismo: tenere assieme giustizia ambientale e sociale. In tal senso ho trovato lucidissima la riflessione che proprio su Nuova Ecologia fece Giorgio Nebbia, nell’ultima intervista rilasciata alla nostra rivista. Rispetto alle ricette, non esistono se non c’è una forte intenzionalità politica di intervenire sulle disuguaglianze che si manifestano dove il degrado e l’abbandono sono più forti. In questi territori occorre riportare un accesso di base alla ricchezza comune fatta di qualità ambientale, servizi sociali e alla persona, reti di relazioni civiche. La cura, la rigenerazione urbana, il funzionamento dei servizi sanitari e sociali diffusi, l’accesso gratuito alla cultura, una scuola inclusiva e una occupazione non precaria sono risposte che occorre dare dove tutto questo non c’è.

Ci sono masse di cittadini fuori dalla vita pubblica, un fenomeno confermato anche dalla forte astensione alle urne. I corpi intermedi riusciranno a trasformarsi e far fronte a questa nuova emergenza?

Il mondo è cambiato molto in fretta e uno dopo l’altro si sono disgregati corpi sociali e istituzioni che svolgevano un forte ruolo di intermediazione e che generavano senso di appartenenza. Accanto, però, si è anche affermata una narrazione menzognera che non stava sui problemi reali ma creava paure e nemici fra chi era più fragile di te. Occorre ridefinire una piattaforma di valori di riferimento comuni. Su questo può fare molto il mondo del Terzo settore per costruire una operatività e anche un pensiero su come ricostruire relazioni solidali. Certamente un primo passo è non lasciare solo nessuno, ma anche ricreare spazi partecipativi dove condividere idee e pensiero. Si comunica molto e si pensa e riflette molto poco, così non sviluppiamo però quel pensiero critico che ci fa essere cittadini consapevoli e attivi.

Oltre a essere vicepresidente di Legambiente sei anche presidente di Legambiente Scuola e formazione. E nell’ultimo quadriennio, all’interno del Forum, sei stata coordinatrice della Consulta dedicata a istruzione ed educazione. Anche a scuola la pandemia ha creato disuguaglianze e in Italia sono tanti i “neet”, quei giovani cioè che non studiano, non hanno un lavoro e non sono impegnati in percorsi formativi.

I giovani sono fragili e forti nello stesso tempo, perché assorbono le contraddizioni dei contesti nei quali vivono, ma hanno anche più capacità a immaginare soluzioni. Non dare spazi sociali e di espressione ai giovani è la rinuncia della stessa società a pensare oltre il presente, di innovarsi e rigenerarsi. La scuola è uno di questi spazi, con un pezzo di responsabilità in più, che ha in mano una regia educativa ma che in questi ultimi anni non ha avuto più un mandato sociale. I giovani che sono mobilitati per il clima ci chiedono una direzione per rispondere a una crisi che sta bruciando il loro futuro. Questa è la sfida e questa è la domanda che a ricaduta si porta dietro tanti processi di cambiamento da attivare, anche in campo educativo.

È la prima volta che una rappresentante del mondo ambientalista ricopre il ruolo di portavoce del Terzo settore. Quale significato ha questo elemento di novità della tua elezione?

Credo che sia un riconoscimento della visione di futuro che l’ambientalismo porta con sé, ma anche di come dalla sfida ambientale dipenda quella sociale perché sono aspetti di uno stesso processo. Forse alcuni anni fa questo si percepiva di meno, oggi è più chiaro. Spero di riuscire a rappresentare efficacemente questa connessione.

L’ambientalismo ha saputo cogliere le trasformazioni degli ultimi decenni, adesso è chiamato a diventare la soluzione alle crisi contemporanee, climatica, economica e sociale. Come può farlo?

L’ambientalismo non è portatore di soli contenuti rispetto a determinati fenomeni, ma interprete di processi di cambiamento complessi. Dobbiamo far capire che la complessità non è ostacolo, ma la capacità di affrontare i problemi in maniera radicale e capendo le relazioni fra causa ed effetto per governarle responsabilmente. Dobbiamo portare su questo terreno anche i decisori politici, ma soprattutto dobbiamo fare in modo che i cittadini abbiano gli strumenti che permettono loro di saper interpretare un mondo che cambia e che li deve vedere protagonisti e non vittime del cambiamento. Quando si dice che la transizione ecologica sarà un bagno di sangue, si sta sostenendo l’inesorabile passività delle persone rispetto a questo tipo di passaggio. È nostro compito, da ambientalisti, fare percepire che la transizione ecologica ha in sé anche l’obiettivo della giustizia sociale.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

SOSTIENI IL MENSILE

Francesco Loiacono
Direttore La Nuova Ecologia. Giornalista ambientale autore di inchieste su dissesto idrogeologico, inquinamento industriale, bonifiche e amianto. Email: direttore@lanuovaecologia.it Twitter: @francloia

Articoli correlati

Seguici sui nostri Social

16,989FansLike
21,810FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

Ridimensiona font
Contrasto