Valli di cenere

Nell’ottobre del 2017 gli incendi hanno bruciato oltre 10.000 ettari di montagne del Piemonte. Ancora impossibile calcolare l’entità dei danni. Al lavoro il Tavolo tecnico istituito dalla Regione

di Marco Carlone

Incendi, valli di cenere

L’autunno appena trascorso è stato un periodo particolarmente complicato per le montagne piemontesi: dal 22 al 29 ottobre oltre 10.000 ettari di superficie sono andati a fuoco – a fronte di una media annuale di 2.200 ettari – con alcuni roghi rimasti attivi per più di una settimana. Condizioni climatiche calde e ventilate, unite al protrarsi di un lungo periodo di siccità, hanno creato le condizioni ideali per la formazione di un esteso fronte di incendi nelle valli di Susa e del pinerolese, in Val Locana, Orco, Varaita e Stura.
Un’estesa coltre di fumi è giunta perfino ad oscurare il sole a Torino, la mattina del 27 ottobre. Negli stessi giorni, le centraline dell’Arpa Piemonte rilevavano concentrazioni straordinarie di particolato (pm 2,5 e pm 10) nell’aria già inquinata del capoluogo della regione, causate proprio dagli incendi alpini. Al momento di scrivere questo articolo, quasi quattro mesi dopo quei giorni drammatici, è ancora complicato tracciare un bilancio dei danni subiti dal patrimonio boschivo, per il quale bisognerà attendere la ripresa dell’attività vegetativa primaverile.
Vista la complessità della situazione, la Regione Piemonte ha attivato un Tavolo tecnico per mappare le aree incendiate e valutare le località ove è più urgente procedere con interventi di ripristino della vegetazione. «Ci si sta muovendo con un piano straordinario di interventi che riguarderà sia gli aspetti di prevenzione che di ripristino, cercando soprattutto di orientare le risorse solo dove è strettamente necessario intervenire», commenta Franca De Ferrari, funzionario forestale della Regione Piemonte e membro del Tavolo tecnico. Nei boschi incendiati, la diminuzione della vegetazione aumenta poi i rischi legati a frane e smottamenti. Il Tavolo tecnico sta lavorando, quindi, sull’individuazione delle aree in cui è necessaria un’azione pubblica straordinaria, come prevede la legge 353/2000 che vieta per cinque anni le attività di rimboschimento finanziate da risorse pubbliche, tranne quelle in cui esiste un rilevante rischio idrogeologico.
La partecipazione di chi quelle vallate le vive ogni giorno non si è fatta attendere: una risposta immediata e sentita, con contributi e iniziative, a volte tanto lodevoli quanto improvvisate. Il rischio, come sottolinea la dottoressa De Ferrari, è fare azioni che «sono espressione di una forte sensibilità da parte della popolazione, ma rischiano di non essere la misura più indicata da prendere». È il caso di alcune proposte autogestite che si sono sviluppate nel periodo natalizio (“Piantiamo gli alberi di Natale nelle aree incendiate”), che creano un rimboschimento disordinato e vietato dalla normativa, in quanto dannoso per l’habitat naturale. Per indirizzare al meglio le risorse e le donazioni della comunità, sono stati creati ad hoc dei conti correnti dalle Comunità montane – ad oggi sono attivi quelli della Val di Susa e Val Varaita – per raccogliere fondi in maniera mirata e sostenere le aree colpite.
Il Tavolo tecnico è anche impegnato in un progetto di prevenzione e comunicazione, che vedrà la collaborazione di Legambiente Piemonte per la sua diffusione. «Stiamo attivando percorsi educativi e di sensibilizzazione nelle scuole e per la cittadinanza, per divulgare il più possibile l’importanza dei boschi per le nostre montagne, e creare maggiore consapevolezza sulle cause e la natura degli incendi – afferma il presidente regionale Fabio Dovana – e in una fase successiva, procederemo con le piantumazioni, solamente dove ciò verrà ritenuto opportuno dagli studi del Tavolo regionale».
In attesa che la natura faccia il suo corso e che la primavera mostri i danni effettivi, la sfida principale, insomma, è quella della prevenzione. Nella speranza che quest’anno non si ripetano i disastri del 2017.