Valle del Sacco: 18 anni di veleni

E’ da 18 anni, prima ancora dell’emergenza esplosa nel 2005 quando 25 vacche furono trovate morte nel Rio Santa Maria per effetto di uno sversamento di cianuro, che la Valle del Sacco attende di essere bonificata. Perché anche se inserita nella lista Sin dal 2005 per la presenza di betaesaclorocicloesano – un derivato del lindano, […]

Valle del sacco

E’ da 18 anni, prima ancora dell’emergenza esplosa nel 2005 quando 25 vacche furono trovate morte nel Rio Santa Maria per effetto di uno sversamento di cianuro, che la Valle del Sacco attende di essere bonificata. Perché anche se inserita nella lista Sin dal 2005 per la presenza di betaesaclorocicloesano – un derivato del lindano, pesticida utilizzato per decenni in particolare nell’area industriale di Colleferro – la riconversione della valle latina resta solo sulla carta. Una speranza si è riaccesa fra i cittadini il 7 marzo scorso con la firma dell’accordo di programma tra il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Sul piatto ci sono 53,6 milioni di euro per chiudere, si spera, una stagione in cui il Sin è stato anche declassato a sito regionale per poi rientrare fra quelli di interesse nazionale con un nuovo perimetro, che include nuove aree come l’ex discarica di via Le Lame a Frosinone.
Dal 2001 al 2015 un ruolo strategico nella vicenda lo hanno giocato le associazioni e i molti volontari che si sono mossi sul territorio, acquisendo competenze tanto importanti da permetterne il diretto coinvolgimento nelle sedi istituzionali. Fra i “protagonisti” c’è anche Legambiente. La definitiva inclusione del bacino del Sacco fra i Sin è infatti una battaglia vinta dall’associazione ambientalista, che in seguito al declassamento del 2012 aveva presentato ricorso, accolto dal Tar del Lazio. «Oggi il Sin bacino del fiume Sacco – spiega Rita Ambrosino, presidente del circolo di Legambiente di Anagni – si estende per 6.172 ettari fra le province di Roma e Frosinone lungo il percorso del Sacco; attraversa tre importanti agglomerati industriali (Anagni, Frosinone, Ceprano) che includono 19 siti a rischio di incidente rilevante secondo la legge “Seveso”. Bisogna chiarire – aggiunge – che nel protocollo d’intesa firmato a marzo di bonifica in senso stretto si parla solo per l’area della Caffaro di Colleferro: gli altri sette siti del Sin individuati da Arpa come prioritari saranno interessati, per il momento, solo da interventi di caratterizzazione e messa in sicurezza».
A quattro mesi dalla firma dell’accordo, però, si registrano ritardi nel cronoprogramma sottoscritto: agli atti risulta solo il verbale della conferenza dei servizi per gli interventi sull’Italcementi di Colleferro. Pesa come un macigno l’assenza di dati epidemiologici ufficiali e istituzionali: nella provincia di Frosinone non è ancora disponibile la consultazione del Registro dei tumori. Il V rapporto “Sentieri”, presentato lo scorso luglio, resta l’unica “mappa” di aggiornamento del programma di sorveglianza epidemiologica. Il progetto è iniziato nel 2006, quando si affrontò per la prima volta il tema della salute delle popolazioni residenti nei siti contaminati. L’aggiornamento sul Sin del Sacco, si legge nel Rapporto, “comprende per la prima volta anche un’analisi del profilo di salute infantile, adolescenziale e giovanile attraverso i dati di mortalità e di ospedalizzazione”. Nelle risultanze, gli autori di “Sentieri” concludono che “la concentrazione media di betaesaclorocicloesano nel siero è risultata pari a 148 ng/g lipidi, che non si discosta da quanto rilevato nelle determinazioni precedenti, ad indicare che la contaminazione umana è persistente”. Ecco perché la bonifica non può più attendere.l