Vacanze, un’estate italiana

Il Coronavirus al momento ha battuto l’overtourism. Ma per il futuro serve uno sforzo di immaginazione, che può venire proprio da un settore giovane da sempre propenso all’innovazione Cilento da esplorare / Un mare per tutti / Il nostro patrimonio: Italia bene comune / Cilento da esplorare / Viaggiare a piedi, Stivale in cammino / Bushcraft, a contatto con la natura / Abruzzo a pedali / Sciacca a cinque sensi / Un mare per tuttiDal mensile di Luglio-AgostoVacanze Italiane, la guida on line per l’estate 2020Un’estate italiana

Fino a qualche mese fa, uno dei temi più dibattuti in qualsiasi convegno in cui si parlasse di turismo era l’overtourism. Non c’era incontro, conferenza o documento che non affrontasse il problema dei problemi: come combattere l’eccesso di turisti, come arginare questo fiume in piena che, nonostante gli ostacoli, riusciva a trovare sempre nuovi rivoli travolgendo tutto, piccoli borghi, città d’arte, spiagge e montagne. Dalla cima dell’Everest ai sentieri delle Cinque Terre, dalla storica piazza San Marco alla scalinata di Trinità dei Monti, era tutto un brulicare colorato di occhiali da sole, cappellini, infradito e marsupi, con cellulari ben in vista a memorizzare immagini e momenti che gli umani appena percepivano. E poi i goffi tentativi di limitare, i tornelli al ponte di Calatrava, i decreti anti crociere, il divieto di sedersi sugli scalini a piazza di Spagna, le ronde anti bivacco, le pattuglie anti degrado, i pullman turistici proibiti che si trasformano in minivan. E così via, in una rincorsa continua fra provvedimenti ed escamotage, fra bandi e sotterfugi con buona pace delle nostre più rinomate località.

Poi all’improvviso arriva lui e tutto cambia. Le navi crociere si fermano in porto, gli aerei delle low cost negli hangar, piazze e alberghi vuoti, niente più file all’ingresso del Colosseo o per salire sulla torre Eiffel. Il grande nemico, il Coronavirus, ha battuto l’altro grande nemico, l’overtourism. Una lotta tra il male e il male. Resta da capire se in tutta questa contesa è possibile ritagliarsi un ruolo o vogliamo semplicemente fare la parte del campo di battaglia. Se, in altri termini, vogliamo assistere spaventati e trattenendo il fiato alla definizione di fantasiose misure anti Covid-19 che, come un filtro o un imbuto, cercano solo di rallentare per qualche mese la marea montante o piuttosto non pensiamo che sia questo il momento per ripensare un modello di sviluppo che non poteva funzionare. “Non possiamo permetterci di sprecare una buona crisi”, disse Rahm Emanuel, capo dello staff di Obama all’epoca della crisi del 2008. È una considerazione buona anche per questo periodo: approfittare della situazione per pensare l’inimmaginabile, per osare misure straordinarie che non si limitino a fare le stesse cose di prima con numeri più piccoli.

È quello che hanno cominciato a fare tante città quando hanno approfittato della situazione per realizzare ciclabili sottraendo spazio alle automobili: non basta immaginare città con meno auto, bisogna immaginare città diverse. E anche parlando di turismo bisognerà fare uno sforzo di immaginazione pensando a un mondo diverso e possibile. «La mia impressione – sostiene Paolo Grigolli, direttore della Scuola di management del turismo e della cultura della Provincia di Trento – è che non ci sia abbastanza consapevolezza di quanto sia accaduto. Vedo una scarsa reazione, un diffuso atteggiamento apatico, come se tutti aspettassero qualcuno che prima o poi arriverà a salvarci. Si cerca di portare a casa la prossima stagione limitando i danni, ma sostanzialmente con gli strumenti che si avevano in precedenza, senza mettere in campo strategie innovative». E sì che il momento sarebbe il più propizio per cambiare registro e immaginare nuovi scenari. Basti pensare alla vera rivoluzione praticata nei mesi scorsi rappresentata dallo smart working, un’attività che ha permesso un salto nel futuro per migliaia di persone e di aziende. «Ora è evidente quant’era fuori luogo la prospettiva di Mi-To, la grande conurbazione fra le due principali metropoli del Nord – continua Grigolli – Oggi ci si apre davanti una nuova geografia che ridimensiona le città e restituisce peso alle aree interne, addirittura alla montagna. Abbiamo la possibilità di ricostruire tempi, spazi e anche vite delle persone, immaginare un grande processo di ristrutturazione ecologica ed energeticamente efficiente dei vecchi immobili dei borghi, le seconde case potrebbero diventare la prima residenza per quanti sceglieranno di abbandonare le città e lavorare a distanza, purché la fibra garantisca un buon segnale. È necessario rilanciare la visione di un Paese che affonda le sue radici nella storia e che ragiona sulla qualità della vita che la tecnologia oggi può garantire. Ma non vedo nessuno che ragiona di tutto questo».

Le risposte che sono arrivate finora da parte del Governo e delle Regioni sono in realtà piuttosto deludenti. Qualche rimborso, il solito bonus vacanze e un discreto impegno sul fronte promozionale buono a ingrassare alcune società di comunicazione e gettare fumo negli occhi degli imprenditori, convinti che finalmente qualcosa si muove. In realtà, in assenza di turisti dall’estero le campagne pubblicitarie lanciate dalle singole regioni servono solo ad alimentare una guerra fratricida nella quale l’una ruba i turisti all’altra. «Bisognerebbe piuttosto affrancarsi dalla competizione per il presente – sostiene Grigolli – per proiettarsi in quella per il futuro, dove vigono regole diverse dall’oggi e in cui ci si può permettere di osare prospettive “disruptive”. Bisognerebbe cominciare a costruire la destinazione che verrà e programmare ora il successo di domani. Nel turismo l’idea “business as usual”, ovvero “abbiamo sempre fatto così”, non è una buona idea. La migliore via di uscita dal tunnel potrebbe essere in alcuni casi togliere, non aggiungere. C’è bisogno di nuove visioni: una prima ski area in Nuova Zelanda, per esempio, ha introdotto il numero chiuso sulle piste, quando fino a ieri il tema era l’aumento della capacità oraria delle persone sugli ski-lift. Dovremo magari investire nella realtà virtuale e nel gaming per far sognare le persone, dovremo inventare delle app per indicare il numero di persone sui sentieri e così via. Queste sono le evoluzioni cui ci obbliga il Covid-19». E per far questo saremo costretti a uscire dalla nostra “comfort zone”, dalla stucchevole retorica dell’“andràtuttobene” e degli “italiani che nelle emergenze tirano fuori il meglio” e cimentarci con una sfida che coinvolga le comunità, trovi coesione, visione e strumenti strategici all’altezza. «La verità – conclude Grigolli – è che abbiamo una narrazione dominante falsa e bugiarda, ma così seducente che ha fatto fuori tutte le altre perché prometteva una crescita infinita a fronte di risorse limitate. La paura della crisi climatica o la prospettiva della decrescita non creano fascinazione e la loro narrazione è stata perdente, perché troppo minacciante. Abbiamo, insomma, teorie e ricette che ci hanno portato dove siamo, ma non abbiamo ancora un pensiero nuovo per impostare ciò che verrà». Chissà che il pensiero nuovo non possa nascere proprio dal mondo del turismo. In fondo questo è un settore relativamente giovane. Appena un secolo fa la vacanza era una pratica per pochi e il mare e la spiaggia erano considerati luoghi malsani dove era meglio non soggiornare. Poi i grandi cambiamenti che hanno portato addirittura, con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, a fissare il diritto a godere delle vacanze. Si è così assistito allo sviluppo del turismo di massa e, più recentemente, anche al declino di quel paradigma. Nel corso degli ultimi anni le vacanze slow hanno conquistato solide fette di mercato: dalla rivoluzione degli agriturismi degli anni ’90 al più recente boom del cicloturismo, fino ai cammini, ai trekking a cavallo, alle discese dei fiumi in canoa o in barca elettrica. Le nuove proposte di vacanze si sono coniugate poi sempre più solidamente con i temi della tutela del territorio e con valori etici. Sarà forse questo mondo che partorirà anche il pensiero nuovo di cui abbiamo bisogno adesso. 

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