Vacanze esclusive su due ruote

Solo nel Belpaese, Experience plus ha fatturato l’anno scorso circa 4 milioni di euro per vacanze a pedali non proprio popolari: si passa dai 3.500 dollari per una settimana in autunno in Puglia ai 5.000 per sfrecciare in bicicletta fra Pisa e Venezia, a riprova che il cicloturismo non ha più nulla a che fare con l’idea di vacanza low cost che ha caratterizzato questo segmento fino a una ventina d’anni fa

Malpezzi di Experience Plus

Monica Malpezzi Price è una giovane donna italo americana che guida, insieme alla sorella Paola, Experience plus, un tour operator che porta cicloturisti soprattutto americani in 19 Paesi del Pianeta, dal Cile alla Norvegia. La metà del suo giro d’affari si sviluppa però in Italia. Solo nel Belpaese, Experience plus ha fatturato l’anno scorso circa 4 milioni di euro per vacanze a pedali non proprio popolari: si passa dai 3.500 dollari per una settimana in autunno in Puglia ai 5.000 per sfrecciare su due ruote fra Pisa e Venezia, a riprova che il cicloturismo non ha più nulla a che fare con l’idea di vacanza low cost che ha caratterizzato questo segmento fino a una ventina d’anni fa.
Oggi a pedalare sono in tanti, serviti da tour operator specializzati che trasportano bagagli, forniscono bici di ultima generazione, organizzano tour guidati e degustazioni. E così accanto a tour operator più popolari come Jonas, Verdenatura o il più noto Girolibero, si sono sviluppate etichette nuove rivolte a un pubblico di fascia medio alta: Backroads, Southern vision, Experience plus appunto, garantiscono vacanze a pedali a cinque e più stelle fra gli itinerari più belli del nostro Paese.
La passione per le vacanze in bicicletta di Monica parte dai suoi genitori. Lei è la figlia maggiore di Rick e Paola Price, padre dell’Oregon, madre di Forlì, che si conoscono in Italia e all’inizio degli anni ‘70, per pagarsi i viaggi da una parte all’altra dell’oceano creano una piccola azienda per portare i primi americani in giro per l’Europa. Tra le varie proposte di vacanza, scoprono che le più richieste sono quelle in bicicletta e cominciano così a concentrarsi su questo tipo di offerta.
A metà degli anni ‘90 la svolta: per i cicloturisti americani, Italia e Francia diventano le due destinazioni di moda. Sono due Paesi che possono vantare una tradizione nell’uso della bicicletta, anche se mancano infrastrutture dedicate come in Germania e in Austria.
«Per quanto ci riguarda – dice Monica Price – questo è il dato fondamentale. Quando si parla di creare spazi per il cicloturismo non ci riferiamo alla necessità di costruire piste ciclabili, al contrario! I miei ciclisti spesso non amano le piste ciclabili perché tra famigliole e attraversamenti vari non sono soddisfacenti né sicure per loro. Persino la pista lungo il Danubio, – continua Monica – la più famosa delle ciclabili europee, è troppo congestionata per i nostri gusti. E poi io dico che c’è un limite a quanto fiume si può vedere… Lo stesso dicasi per la ciclabile lungo il Po: i miei clienti possono farla per un giorno, due al massimo, ma poi basta». L’esperienza maturata nel nostro Paese consente alla cofondatrice di Experience plus di avere le idee chiare sulle esigenze dei propri clienti. E non solo: «Un americano o uno scandinavo viene in Italia per vedere i paesi, non per vedere un fiume o i boschi. Se cercassero la wilderness probabilmente andrebbero in Sudafrica o nel Grand Canyon, ma chi ha scelto l’Italia si aspetta di trovare l’Italia, cioè il modo di vivere italiano, la quotidianità, e quindi un paesino ogni dieci chilometri di pedalata dove fermarsi e prendere un cappuccino in piazza con i vecchietti».
Che tipo di clientela avete?
Età compresa fra 50 e 75 anni, benestanti, ma bisogna considerare che ci sono tour operator ben più attrezzati di noi per il turismo di lusso. Noi mettiamo a disposizione dei nostri gruppi, di circa dodici persone, tre accompagnatori che li guidano con discrezione considerando che il turista nordamericano cerca soluzioni di vacanza più individuali. Abbiamo messo a punto questa tecnica delle frecce di gesso tracciate la mattina stessa da una delle nostre tre guide che precede il turista di un paio d’ore. Noi la chiamiamo “guided indipendence” perché lasciano al cicloturista la possibilità di viaggiare al suo passo, ma all’interno comunque di un gruppo. Tu segui le frecce e sai che c’è qualcuno dietro di te pronto a intervenire in caso di necessità.

Come progettate e costruite i vostri itinerari?
Lavoriamo quasi esclusivamente su stradine di campagna o a bassa intensità di traffico e cerchiamo di evitare drasticamente le provinciali. A volte nel Sud Italia ci capita addirittura di pedalare su strade splendide perché magari incrociamo le cosiddette “incompiute”, qualche superstrada che non è mai entrata in funzione o tratti asfaltati che finiscono nel nulla della campagna. Disegnare un percorso è un lavoro bellissimo, ma richiede abilità, poliedricità ed eclettismo. Bisogna saper coniugare il tracciato con le tradizionali attrazioni turistiche, ma anche con le proposte di sosta più accattivanti. Il tutto va dosato sapientemente lungo un percorso di 70/80 chilometri.

Può farci un esempio concreto?
Nel nostro tour fra Ravenna e Faenza prevediamo una visita mattutina a Sant’Apollinare in Classe, poi una prima sosta in una gelateria buonissima fuori città, il pranzo invece lo facciamo in una classica fattoria nella campagna emiliana. E poi un giro a Faenza con visita alla bottega di un ceramista, ancora pedalata e sosta in un frantoio a Brisighella, dove fanno un olio strepitoso. Non è tanto importante la bellezza del percorso, ma le cose che si incontrano. Il tour fra Venezia e Pisa, il più venduto fra le nostre proposte, non è particolarmente bello dal punto di vista paesaggistico ma è affascinante e sorprendente perché entri in contatto con l’Italia vera.

Voi proponete molti Paesi ai cicloturisti. Che cosa ha l’Italia in più, o in meno, rispetto agli altri per questo tipo di turismo?
In meno sicuramente la connessione internet. È il punto dolente che ci sottolineano quasi tutti i nostri clienti. E poi sicuramente una certa qualità dell’accoglienza. Non è tanto importante, come si crede, avere una ciclofficina all’interno della propria struttura, quanto piuttosto una lavatrice e un’asciugabiancheria o, più semplicemente, offrire da mangiare: chi ha pedalato tutto il giorno e arriva in albergo o in agriturismo, non ha voglia di riprendere la bici per andare a mangiare da qualche altra parte. I punti di forza invece sono tantissimi: l’Italia è perfetta per i cicloturisti, basti pensare appunto al cibo. In Francia, ad esempio, abbiamo dovuto spesso far integrare il menu della cena con un piatto di pasta perché l’apporto di calorie da carboidrati non era sufficiente a chi aveva 80 o 90 chilometri nelle gambe. Invece l’alimentazione italiana sembra fatta apposta per chi pedala.

Che cosa manca quindi al cicloturismo in Italia?
A me personalmente manca molto il sostegno di un’associazione del settore del turismo attivo. Adventure travel trade association, ad esempio, è un network internazionale che raccoglie migliaia di tour operator e organismi istituzionali che si occupano di turismo attivo, ma i soci italiani si contano sulle dita di una mano. È paradossale che l’Italia, pure al top nella classifica delle destinazioni preferite dai cosiddetti “turisti attivi”, sia poi così poco presente in questi contesti. In Brasile gli operatori del turismo d’avventura hanno un loro consorzio, un loro marchio, l’occasione di scambiarsi idee o semplicemente di andare in una banca per chiedere di abbassare le commissioni. Il turismo attivo in Italia sta conoscendo una stagione fantastica, ma solo grazie agli operatori esteri che portano turisti in Italia. Sono certa che se anche gli italiani prestassero più attenzione a questa realtà per il resto del mondo non ci sarebbe partita.l