Un’economia che ingrana

A San Floro, in provincia di Catanzaro, un vecchio mulino è diventato patrimonio della comunità e ha rimesso in moto il territorio. Grazie a un giovane imprenditore

Mulinum

Un tempio dei grani antichi per valorizzare il territorio e riscoprire le tradizioni calabresi. È il mulino di San Floro, piccolo comune di settecento anime in provincia di Catanzaro, gestito dagli abitanti del posto. A rimmetterlo in sesto è stata la startup Mulinum, fondata da Stefano Caccavari a due passi dalla costa jonica e dalla Sila Piccola.
Il macinatoio sorge in un territorio che nel 2014 sembrava ormai destinato a diventare la discarica di rifiuti speciali più grande d’Italia. Ma il progetto è stato bloccato dalla mobilitazione di un comitato di cittadini e associazioni, che hanno impedito la distruzione di 250 ettari di bosco pubblico.
È stato in quel periodo concitato che Stefano Caccavari ha deciso di impegnarsi in prima persona per riscattare il suo paese. «All’epoca un amico mi disse che se le persone che vivono in un territorio non fanno niente per difenderlo, questo è destinato a scomparire – racconta – Mi sono chiesto cosa stessi facendo io, mi sono guardato intorno e intorno c’era la terra». È così che è nata l’idea degli orti di famiglia, coltivati dallo “zio Franco” e dati in affitto ai residenti delle città limitrofe a San Floro che vogliono mangiare sano ma non hanno né la terra né le competenze e il tempo per ricavarne prodotti. Poi, nel 2016, la svolta. Il mulino dove Stefano portava a macinare il suo grano viene messo in vendita. Su Facebook parte l’appello agli abitanti di San Floro per unire le forze e salvare l’ultimo mulino a pietra naturale calabrese. Il crowdfunding è andato oltre ogni aspettativa: in 90 giorni sono stati raccolti 500.000 euro e, a gennaio del 2017, è stato inaugurato Mulinum, il mulino del riscatto per un’intera comunità.
Mulinum custodisce la chiave del suo successo in una formula semplice: le farine si ricavano esclusivamente da grani biologici antichi e autoctoni, come il Senatore Cappelli e la Maiorca, e dopo la fase di macinazione si passa alla sala di trasformazione, il tutto in un unico posto. Il lievito madre e il forno alimentato da legno di ulivo sono il valore aggiunto di pane e pizze, quest’ultime condite esclusivamente con i prodotti degli orti di famiglia. Insomma, un cerchio che si apre e si chiude, proprio come la pietra del mulino.
Il modello di San Floro si sta già espandendo oltre i confini calabresi. A breve partiranno, infatti, Mulinum Toscana, Puglia e Sicilia. «Il mio sogno è fondare un Mulinum in ogni regione e poi in ogni provincia d’Italia, con sempre intorno una comunità di contadini capaci di fare un pane sano – spiega Caccavari – In prospettiva l’obiettivo deve essere quello di riconvertire il settore facendo “retro-innovazione”, vale a dire partendo dalle cose più antiche, quelle che ci hanno tramandato i nostri nonni».
Un piano ambizioso che guarda lontano, che macina grani antichi per coltivare bellezza. Per questo motivo è stato deciso di piantare girasoli lungo la collina che si trova di fronte alla struttura e organizzare un flashmob con tutti i compaesani al momento della raccolta dei fiori. Mentre nel giardino situato vicino al mulino ha trovato casa un’installazione sonora dell’artista Yuval Avital.
In un contesto spesso refrattario al cambiamento come quello calabrese, esperienze simili rappresentano una sfida coraggiosa a chi, invece, questa terra vuole deturpala. «Il nostro Mulinum è un antivirus – conclude Caccavari – una sorta di deterrente che tiene a distanza attività di speculazione che nuocciono al nostro territorio».