Una storia che rischia di ripetersi

Nel cimitero del vecchio petrolchimico Eni ha da poco messo in marcia la sua green refinery. Certamente un passo in avanti nell’ottica della transizione verso il no oil, ma insufficiente per garantire i livelli occupazionali sperati

Geladi ENZO PARISI *

La storia del polo petrolchimico di Gela è tormentata, dolorosa per i guasti ambientali e sanitari che ha prodotto e continua a causare. E triste per lo sconsolante epilogo che appare inevitabile in assenza di un deciso cambio di rotta. Nato agli inizi degli anni ’60 su impulso di Enrico Mattei, trent’anni dopo il sito ha avviato una lenta fase di dismissione: prima è toccato agli impianti di acido solforico e di acrilonitrile; poi, dopo che nel 1990 l’area è stata dichiarata a elevato rischio di crisi ambientale, è stato chiuso anche il famigerato cloro soda che tanto mercurio ha disseminato nei suoli e nei fondali marini. Ma il piano di risanamento ambientale per la riconversione con celle a membrana è rimasto sostanzialmente inattuato, così come a nulla è finora servita la dichiarazione del 1998 dei Sin per favorire le bonifiche.
Altrettanto inutili si sono rivelati i vari protocolli d’intesa sottoscritti fra aziende, istituzioni ed enti locali. Nei primi anni Duemila il sequestro e il fermo della centrale termoelettrica alimentata con il pet coke sembrava il preludio per l’ineluttabile fine dell’industria petrolchimica italiana. Nonostante ciò, da allora è stato difficile convincere della necessità di cambiare soprattutto i lavoratori, stretti nel ricatto fra il mantenimento del posto di lavoro e la difesa della loro salute e di quella dei loro familiari.
Nel cimitero del vecchio petrolchimico Eni ha da poco messo in marcia la sua green refinery, che arriverà a produrre circa 700.000 tonnellate annue di biodiesel da scarti di oli vegetali e grassi animali e vegetali. Certamente un passo in avanti nell’ottica della transizione verso il no oil, ma insufficiente per garantire i livelli occupazionali sperati (oggi poco più di mille addetti a fronte delle decine di migliaia degli anni del boom industriale), per segnare la svolta verso nuovi modelli energetici e per convincere sulla reale volontà del colosso a sei zampe di abbandonare il petrolio e il gas in tempi ragionevoli.
* Direttivo Legambiente Sicilia