martedì 26 Ottobre 2021

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Una dieta sbilanciata

foto di un peschereccio

Da tempi immemori ci nutriamo di animali marini, un importante complemento alla dieta primitiva fatta di semi e frutti spontanei. Dal pesce assimiliamo sostanze che sono meno facili da reperire adottando una dieta prettamente “terrestre”, come calcio, ferro, zinco, selenio, omega-3 e vitamina A: i cosiddetti “micronutrienti”. Con le pratiche artigianali di conservazione, poi, come essiccazione e affumicatura, diffuse a livello globale, siamo riusciti a rendere il pesce disponibile anche in località distanti dal mare, contrastando la carenza di micronutrienti, che può provocare malattie.
Un recente studio internazionale coordinato dall’Università di Lancaster (Uk) ha però evidenziato che il mercato ittico globale, coinvolgendo sempre di più specie legate al commercio locale di prodotti conservati, sta provocando seri danni alla catena di approvvigionamento di micronutrienti, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove è difficile arricchire la dieta con alimenti più nobili, anche vegetali, in sostituzione a quelli di origine animale. Eclatante il caso della sardinella senegalese, affumicata, essiccata e diffusa nell’interno del Paese, dove rappresenta la prima fonte di micronutrienti e di proteine animali. Da qualche anno questo flusso si arresta alla fonte: i pescatori vendono il pescato ad aziende cinesi che lo convertono in mangime per pesci allevati in Cina.
Le proiezioni della Fao dicono che, nel 2030, il 62% del pesce commercializzato verrà da acquacoltura. Mangiamo sempre più pesce e questo è un bene per la nostra salute. Mangiamo meno pesce “selvaggio” e può essere un bene per il mare. Tuttavia, mangiare più pesce allevato non è un bene assoluto, poiché il nostro benessere può fare danni altrove.

 

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Domenico D'Alelio
Ecologo acquatico, ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e vice presidente dell'Associazione italiana di oceanologia e limnologia

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