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Una città che cura

foto di incontri del progetto a Trieste

Trieste diventa una città che cura. Grazie al progetto “Microaree” le istituzioni si avvicinano ai cittadini, si trasferiscono fisicamente nei quartieri popolari più a rischio. Nascono piccole sedi diffuse sul territorio, le microaree appunto, rese possibili dall’accordo fra l’azienda sanitaria, il Comune e l’azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater). Così la rete istituzionale cerca di ridurre la disuguaglianza sanitaria che accompagna altri squilibri legati all’ambiente di vita: economici, sociali, culturali. L’Organizzazione mondiale della sanità, infatti, definisce la salute come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, che quindi va oltre la semplice assenza di malattie o infermità.

Per garantire il più alto livello di salute per tutti, a Trieste già vent’anni fa hanno pensato di partire dal piccolo, agendo sui microcosmi di grave svantaggio, in quelle che poi diventeranno 16 microaree, per una popolazione complessiva di 18mila abitanti in una città con 204mila residenti totali e altri 40.000 nei comuni limitrofi. «Da quarant’anni parliamo di lotta all’esclusione – commenta Franco Rotelli, uno dei protagonisti, assieme a Franco Basaglia, della riforma psichiatrica che portò alla chiusura dei manicomi con la legge 180 del 1978 – Il progetto “Microaree” si inserisce in quel percorso: abbiamo cercato di creare una rete effettiva per governare l’inclusione e renderla concreta, a partire dalle periferie, portando le istituzioni nelle case delle persone. Chi è cittadino deve sentirsi tale perché fa parte di una città che si occupa di lui».

Lorella Postiferi è infermiera e da sei anni è referente della microarea di Melara, un grande quadrilatero di case popolari che ospita circa 1.300 persone, dove è alto il rischio di isolamento e sono molto diffuse povertà e marginalità sociale. «Lavorare in microarea implica la capacità di andare oltre i limiti standardizzati – spiega – bisogna saper ascoltare e trovare soluzioni creative, cercare di volta in volta la strategia vincente ma essere anche in grado di metterla in discussione».

Le microaree sono luoghi fisici all’interno dei quartieri, spazi dove il cittadino può trovare risposte ai propri bisogni primari di salute ma anche sociali, perché sono anche centri di aggregazione, dove si stringono relazioni interpersonali e nascono iniziative dal basso. E si cercano soluzioni per chi ha difficoltà economiche, per esempio aiutando a presentare le domande di sostegno al reddito, attivando borse lavoro per chi è disoccupato. È evidente quindi la differenza con l’istituzione ospedaliera, dove si va per un bisogno sanitario definito.

«Ma spesso il bisogno reale è un altro – continua Lorella – Se c’è un ricovero per bronchite e il paziente, una volta curato, viene rimandato a casa, dove magari non ha il riscaldamento perché non può pagarlo, il problema si ripresenterà, perché appunto dipende dall’ambiente in cui vive». Compito delle microaree dunque è cercare di intervenire per migliorare il contesto di vita delle persone più in difficoltà.

Il fatto di fornire prestazioni come misurare la pressione o la glicemia, consente agli infermieri referenti delle microaree di aprire un primo canale di comunicazione con le persone più isolate, i cui problemi derivano spesso dal non avere una rete sociale. «Conquistare la loro fiducia non è semplice. La presenza continua, dentro il quartiere, vicino a dove abitano, fa la differenza, perché chi è solo e in difficoltà fa fatica a uscire. Per loro, anche andare a prendere la ricetta del farmaco dal medico può essere un problema», racconta Lorella.

foto del progetto di cura a Trieste

Gli operatori delle microaree non lavorano da soli. Sono affiancati dai volontari del servizio civile nazionale e dagli studenti delle superiori che fanno il servizio civile regionale, operano in rete anche con molte associazioni, come l’Auser, che si occupa del trasporto degli anziani. A Melara, il fatto di avere a disposizione un grande spazio, con molte stanze, permette di attivare iniziative diverse, che proseguono anche in assenza del personale di microarea. Ci sono “Le mule di Melara”, un gruppo di signore che si trovano per danzare. In dialetto triestino, infatti, mula significa ragazza. C’è un magazzino di abiti usati, tenuto come una boutique di alta moda da Dina, una donna serba che al primo contatto in microarea a malapena parlava l’italiano e non aveva quasi relazioni sociali. La stanza più grande è usata come palestra per la ginnastica dolce, le attività di respirazione per gli anziani e per il ballo, due volte alla settimana. C’è una sala computer, con i pc donati da un’associazione che in cambio tiene la sua sede in microarea. E c’è il signor Ennio, che abita a Melara e da volontario fa minicorsi per imparare le basi dell’informatica. Si raccolgono anche mobili ed elettrodomestici usati, per chi ne ha bisogno. C’è chi cucina ogni giorno per il pranzo comunitario, chi apparecchia la tavola.

Tutte queste attività riattivano un tessuto sociale che fa sentire le persone meno sole. È un lavoro che avanza lentamente, un pezzettino al giorno, costruendo nuovi legami di fiducia. Trieste è l’unica città dove si sperimenta questo modo di fare salute sul territorio. Lo fa in un contesto di incertezze e discontinuità che si sono verificate negli anni, soprattutto perché i diversi governi tecnici e politici di scala regionale o locale hanno interpretato le microaree con modalità differenti. Nonostante questo, con il lavoro sul territorio si è dimostrato che il progetto riduce le disuguaglianze e migliora la salute. E per questo va replicato, senza ingessarlo in protocolli rigidi.

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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