Una bussola verso gli obiettivi universali

A New York lo scorso 25 settembre gli Stati membri dell’Onu hanno firmato l’impegno a raggiungere entro il 2030 numerosi obiettivi globali e nazionali su 17 temi chiave. Quali saranno i prossimi passi? 



Finalmente i temi dello sviluppo sostenibile sono stati esplorati a fondo nelle loro interdipendenze, che rendono impossibile affrontare separatamente fame e povertà, educazione e salute, transizione energetica verso le rinnovabili, diseguaglianze economiche tra le nazioni ed all’interno di esse. Viene ad essi offerta una risposta unitaria e globale di trasformazione su tutti i piani, approvata a settembre, con ben 169 target, spesso quantificati, con date e, tendenzialmente, mobilitazione di risorse finanziarie, tecnologiche ed umane. Se ne è discusso lo scorso 18 ottobre a Budapest durante “Delivering the Sustainable Development Goals in a changing climate”, un confronto fra accademia, ong e alcuni dei protagonisti del percorso tecnico-diplomatico che ha portato all’adozione degli Obiettivi, al quale chi scrive è stato invitato: «Non sono obiettivi per fare campagne, ma per governare: le organizzazioni ambientaliste e sociali troveranno un po’ generici i target e qualcuno potrà criticarne il loro largo numero e copertura tematica, assai più ampia degli Obiettivi del Millennio. Invece credo sia stato giusto andare a smuovere le competenze di tutti i ministeri” ha detto Leida Rijnhout dell’European Environmental Bureau, che ha fatto da “ufficiale di collegamento” tra le Nazioni Unite e le Organizzazioni non governative».

Alcuni grandi diritti universali, da garantire in ogni nazione: copertura sanitaria, accesso all’energia da fonte rinnovabile, piena occupazione di buona qualità, eguaglianza salariale tra uomini e donne, spazi pubblici e verdi sicuri, accessibili e inclusivi. E poi gli impegni quantificati, come ad esempio: dimezzamento di morti e infortuni dovuti agli incidenti stradali, sprechi alimentari; raddoppio del tasso d’incremento dell’efficienza energetica, della quota dei paesi più poveri nel commercio internazionale totale.

A sostenerli, alcuni strumenti chiave: una migliore regolazione dei mercati finanziari, politiche fiscali, salariali e di protezione sociale, la lotta alla corruzione, processi decisionali inclusivi, partecipativi e rappresentativi a tutti i livelli, compreso il livello locale ed urbano. Il tutto con l’urgenza data dalla consapevolezza che “possiamo essere la prima generazione a eliminare la povertà ma anche l’ultima ad avere la possibilità di salvare il pianeta” tra cambiamenti climatici e collasso della biodiversità.

«Per superare le difficoltà incontrate in tentativi di policy globale precedenti – ha detto il professor Tibor Faragó – sarà decisivo che i Paesi sviluppati prestino nuova centralità a quello che avviene a livello Onu, interpretando proattivamente gli impegni e in modo non retorico». Ágnes Zólyomi, segretaria generale di CEEweb for Biodiversity, rete di ONG ambientaliste di oltre 20 Paesi e organizzatore dell’evento, ha sottolineato dal canto suo la necessità di lavorare in modo transnazionale e sinergico.

Ma allora cosa dovrebbero fare i governi? In primavera saranno approvati gli indicatori statistici per valutare lo stato di partenza e i progressi dei singoli paesi, in autunno sarebbe quanto mai importante che ogni Paese facesse una valutazione di dove si trova, verificando quali target siano già stati raggiunti (e magari i casi di successo da offrire agli altri) e dove centrarne di nuovi (sia internamente che tramite collaborazioni internazionali). E i cittadini? Gli obiettivi raggiungibili con la mobilitazione dell’economia civile e le azioni per città sostenibili, resilienti, sicure ed inclusive sono particolarmente interessanti per l’azione dal basso, che sappia agire localmente per raggiungere (e magari superare) quello che è stato concordato globalmente.

Apparel