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Una bozza insufficiente

di Valeria Fieramonte

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La ridda di voci e di chiacchiere che si vanno diffondendo a proposito della bozza di accordo che sarà in discussione a Parigi è direttamente proporzionale sia alle dimensioni mondiali dell’evento sia alla grande attesa che si è creata da parte di tutti. È ormai diffusa infatti la consapevolezza che contenere l’inquinamento da gas serra in modo da restare sotto i due gradi di riscaldamento globale entro il 2100 sarà molto difficile e che la Cop21 sarebbe l’ultima speranza per adottare quelle politiche drastiche, che ormai, essendo stato fatto troppo poco su scala mondiale nei precedenti dieci anni, sarebbero necessarie per avvicinarsi almeno all’obiettivo.

La consapevolezza che sia ormai tardi e che sarà molto difficile raggiungere l’obiettivo è diffusa anche tra gli organizzatori, che infatti nella “Bozza di Accordo” presentata a fine ottobre (20 pagine di riflessioni sul metodo e sul merito) parla molto di più di attenuazione, adattamento e resilienza che non di soluzione o inizio di soluzione del problema.

Tutto si giocherà, in particolar modo, sugli Indcs, ovvero i piani nazionali di azione sul clima, (se si usa l’acronimo inglese), già presentati da moltissimi paesi. Alla nota positiva che è aumentata finalmente la consapevolezza collettiva che il problema è grave e serio, e l’attivismo conseguente, si aggiunge però la doccia fredda delle info dell’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite. Al 1° ottobre 2015 erano già 119 i piani nazionali di azione sul clima presentati alla Convenzione Quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), in rappresentanza di 146 Paesi (Europa compresa, da sola ne rappresenta 28) che insieme coprono circa l’88% delle emissioni globali del pianeta. I Piani configurano una riduzione dalle quattro alle sei Gigatonnellate di CO2 ( GtCO2) ogni anno entro il 2030. Ma purtroppo per chiudere il gap ne sarebbero necessarie altre dodici. Sempre secondo le stime dell’Unep si prevede che entro il 2030 si potranno tagliare – sempre che i programmi siano davvero attuati – undici GtCO2. Circa meno della metà di quel che servirebbe davvero per quel livello calcolato di 42 GtCO2 – che darebbero una possibile chance (maggiore del 66%), di restare sotto i due gradi entro il 2100.

«I piani presentati, combinati con politiche adeguate da adottare nei prossimi pochi anni – spiega Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep – rivelano un impegno mai dimostrato prima da parte degli stati membri nel far fronte a questa sfida globale». Peccato che sia tardi e che dietro l’ottimismo delle dichiarazioni stia la dura realtà che per ottenere il risultato gli sforzi dovrebbero essere ancora maggiori. E che, sempre stando ai calcoli dell’Unep – il gap al 2030 sarebbe ancora di 12 GtCO2, che metteranno il mondo sulla strada di una temperatura cresciuta di 3 gradi nel 2100, con un impatto significativo sul clima.

Nella bozza di accordo sono previsti 100 miliardi di dollari da stanziare a partire dal 2020, e la riduzione del supporto internazionale per gli investimenti “per alte emissioni e maladattivi”.

Nonché una semplificazione delle pratiche per accedere al supporto economico per gli Ldc ( paesi poveri) e i Sids (isole a rischio scomparsa). Peccato che proprio questi ultimi abbiano diffuso di recente una nota di protesta e richiesta di sottoscrizioni per permettere loro di essere presenti alla Cop21, perché – dicono – mentre i fan e le lobbies delle fossili saranno ampiamente rappresentati, e si teme condizioneranno come al solito la Conferenza – loro che sono i più danneggiati non avranno neanche i soldi per partecipare. Il Gcf (Fondo verde per il clima) ha però stanziato di recente 168milioni di dollari per finanziare otto progetti di mitigazione e adattamento in Africa, Asia Pacifico (dove appunto si trovano Kiribati e le altre isole a rischio) e America Latina.
Le isole sono inoltre vicine all’Indonesia – dove si va configurando un disastro ambientale senza precedenti – stando al quotidiano La Stampa sono centomila gli incendi illegali che stanno bruciando foreste e torbiere con l’emissione di 60 miliardi di tonnellate di CO2.

Ad aggravare le cose è anche il fatto che le torbiere sono difficilissime da spegnere (anzi bruciano un po’ già da sole, senza appiccare fuochi), e che Singapore, la Malesia e il Sud della Thailandia cominciano a vedere l’ingombrante vicino come un criminale ambientale. Comunque anche l’Indonesia arriverà alla conferenza sul clima con il suo bravo piano per la riduzione di gas serra.

Senza parlare del rischio che qualche vulcano si metta ad eruttare per giorni.

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