Un tesoro per il pianeta

Con l’introduzione del protocollo di Nagoya, che l’Italia deve ancora ratificare,  la comunità internazionale sta predisponendo nuove norme a tutela della biodiversità. Assegnandole un valore economico reale

di Domenico D’alelio*

Prendete un barattolo di vetro e riempitelo di pasta (sì, proprio quella che cuciniamo) di formato diverso, lunga, corta, arzigogolata, bucata, sottile, spessa. Vedrete che i singoli pezzi si incastonano in una composizione nella quale lo spazio è sfruttato al meglio. Capovolgete il barattolo senza tappo: i pezzi di pasta si tengono l’uno con l’altro e non cadono. Nel caso peggiore, a cadere saranno solo i pezzi più vicini al collo del barattolo e la pasta rimasta assumerà una nuova “configurazione stabile”. Ora ripetete l’esperimento con pasta tutta dello stesso formato. Capovolgete il barattolo e tutta la pasta cadrà per terra. Per quanto proviate a incastrare i pezzi di pasta l’uno con l’altro, affinché essi “si tengano” all’interno del barattolo, il destino della pasta in esso contenuta sarà lo stesso.
Nell’esperimento descritto, sostituite “pasta” con “esseri viventi”, “barattolo” con “ambiente”, l’insieme “pasta e barattolo” con “ecosistema” (ovvero, esseri viventi più ambiente) e “capovolgimento di barattolo” con “perturbazione di ecosistema”. Molto probabilmente, avete iniziato a capire a cosa serve la biodiversità. Dal punto di vista strettamente ecologico, la biodiversità – in pratica, la contemporanea presenza di specie diverse all’interno di un ecosistema – “serve” principalmente a tre cose: rendere efficiente la ripartizione delle risorse all’interno di un ecosistema; permettere all’ecosistema di resistere ai cambiamenti ambientali; garantire “resilienza” allo stesso ecosistema, ovvero consentire a quest’ultimo di adattarsi facilmente ai cambiamenti più drammatici, mutando di quel tanto la ripartizione delle risorse in modo da ospitare tutte le specie rimaste in seguito alla perturbazione. La biodiversità, per questo motivo, è una proprietà intrinseca e fondamentale degli ecosistemi in condizioni naturali.
La Convenzione Onu di Rio de Janeiro del 1992 ha dato una definizione molto ampia della biodiversità, indicando con essa la varietà di specie presenti in un dato habitat, le differenze genetiche tra individui delle stesse specie, gli stessi habitat che ospitano tali specie e, per finire, gli ecosistemi, che sono l’insieme inestricabile di esseri viventi e habitat. L’obiettiva difficoltà a pervenire a una definizione univoca di biodiversità è probabilmente alla base della ridotta percezione nell’opinione pubblica tanto del suo ruolo (a cosa serve?) quanto del danno ecologico indotto dalla sua scomparsa. Senza contare che in questa era di stretta integrazione fra natura e contesti sociali ed economici, la biodiversità ha un valore non più solo intrinseco ma anche rapportato alle società umane. È un elemento chiave dei cosiddetti “servizi ecosistemici”, che vanno dall’approvvigionamento di cibo e acqua potabile alla regolazione del clima, alla formazione del suolo, fino al favorire attività ricreative. La biodiversità serve a tante cose, e dovremmo tenercela stretta.
Ad oggi, però, le azioni politiche per la conservazione hanno indirizzato i propri sforzi maggiori e più convinti, più che verso la biodiversità in senso ampio, verso la protezione di specie “iconiche”, così definite per via di criteri che vanno da caratteristiche puramente estetiche o peculiari sul piano biologico fino alla “presa” emotiva che tali specie esercitano sull’opinione pubblica; presa, questa, potenziale fonte di guadagno monetario a breve termine. Tuttavia, il nostro pianeta ospita una miriade di specie meno “carine”, le cui popolazioni sono altrettanto a rischio di quelle iconiche e la cui estinzione può avere conseguenze incommensurabilmente più drammatiche del declino delle specie più popolari.
Sesta estinzione di massa, annichilimento biologico, massiccia erosione antropogenica della biodiversità, sono tutte locuzioni raramente rappresentate in un’unica pubblicazione scientifica. Eppure compaiono contemporaneamente già nel sommario di un articolo apparso di recente su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America. Attraverso un’analisi globale che ha coinvolto l’osservazione di oltre 27.000 specie di animali terrestri, è stato identificato un elevato livello di regressione delle loro popolazioni naturali, mostrando che tale stato di progressivo declino demografico è presente anche in specie definite a basso rischio d’estinzione dalle politiche di tutela della biodiversità. A essere minacciate sono specie con importanti ruoli ecosistemici, come la conversione del detrito in sostanze minerali.
Negli ultimi anni, anche il contesto economico si sta interessando alla biodiversità. “Making nature’s values visible” è il motto del Teeb (acronimo di The economics of ecosystems & biodiversity), iniziativa internazionale che mira a valutare economicamente la biodiversità e gli ecosistemi. Assegnare alla natura un valore monetario può rendere questa più “visibile”, facilitando l’integrazione della gestione dell’ambiente all’interno delle azioni politiche. D’altra parte, però, la valutazione monetaria considera prevalentemente i benefici diretti dell’utilizzo della natura in un arco temporale breve (ad esempio, l’utilizzo di sostanze naturali per finalità commerciali) e trascura i benefici indiretti derivanti dal mancato sfruttamento della biodiversità in un arco temporale più lungo (ad esempio, nella futura produzione di cibo – dal miele, che sfrutta l’impollinazione da parte delle api, alle risorse ittiche, la cui produzione dipende dalla diversità del plancton).
Con la recente introduzione del protocollo di Nagoya (promulgato dalla stessa Onu-Cbd nel 2010), poi, la comunità internazionale sta predisponendo norme a tutela della biodiversità, intendendo questa come un valore economico reale. Il valore della biodiversità è incommensurabile sul piano commerciale, basti pensare alla cosiddetta drug discovery, o ricerca di sostanze chimiche di origine naturale con proprietà medicali da utilizzare in ambito farmaceutico. Da qui l’esigenza di tutelare i “patrimoni di biodiversità” delle singole nazioni. Ratificando il protocollo, i Paesi firmatari stanno deliberando norme protezionistiche specifiche per i loro territori, come la richiesta di permessi e il pagamento di royalties per accedere alla biodiversità e fare prelievi di organismi, considerati come “risorse genetiche”; tali norme sono funzionali a instaurare un rapporto di compensazione tra detentore e sfruttatore economico delle risorse genetiche, proteggendo i Paesi in via di sviluppo dai “saccheggi” perpetrati da Paesi terzi.
Tuttavia, se applicato indiscriminatamente, il protocollo può rappresentare un serio ostacolo alla ricerca ecologica di base. Per questo motivo, Paesi come la Francia hanno escluso dal regime di limitazioni i prelievi finalizzati alla ricerca in ambito tassonomico, che mira a censire il numero di specie presenti a livello ecosistemico. In questa epoca di minacce alla biodiversità e alla luce del ruolo ecologico di quest’ultima, è ancor più importante esercitare un’attività di ricerca sugli ecosistemi che sia libera da vincoli burocratici e non dreni, attraverso tributi, gran parte delle già limitate risorse economiche disponibili. Ad oggi, il nostro ministero dell’Ambiente non ha ancora ratificato, con norme ad hoc, il protocollo di Nagoya, e gli ecologi sperano in una sua applicazione coscienziosa. Perché non è possibile proteggere ciò che non si conosce e non si può conoscere ciò che non si osserva, ancor più quando il soggetto di tale osservazione assume contorni sempre più sfumati.
In definitiva, muoversi a favore della tutela della biodiversità vuol dire primariamente porsi l’obiettivo di rendere futuribile l’esercizio, da parte della biodiversità stessa, delle proprie “funzioni primarie”. Prima di chiedersi come proteggere la biodiversità, sarebbe il caso di chiedersi a cosa “serve” realmente. Non già a suscitare emozioni nei partecipanti a un safari o in chi sfoglia un reportage naturalistico. Nemmeno a fornire molecole alle industrie, per quanto la medicina se ne possa avvalere, a vantaggio della nostra salute. Bensì a consentire al complesso sistema chiamato Pianeta Terra di “funzionare” al meglio.l
* dipartimento di Ecologia marina integrata
Stazione zoologica “Anton Dohrn”, Napoli

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Domenico D'Alelio
Ricercatore esperto di ecologia ed evoluzione del plancton di acque dolci e marine, studio di comunità ecologiche, modellistica biogeochimica, ricercatore presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. Presidente dell'associazione di promozione sociale ERMES - Eco-evo Research Messengers, membro del consiglio di presidenza di Associazione Italiana di Oceanologia e Limnologia e del gruppo di lavoro comunicazione della Rete Long Term Ecological Research Italia. Divulgatore di scienza attraverso viaggi naturalistici, letteratura e musica rap.