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Un sequestro boomerang

foto di un ulivo colpito dalla xylella

Il “caso xylella” scoppia sui media nazionali il 18 dicembre 2015, quando la procura di Lecce, non ritenendo che vi fosse un nesso fra il disseccamento degli ulivi e l’infezione, si oppone alla realizzazione del piano Silletti, dal nome del commissario straordinario per l’emergenza xylella. Con un decreto firmato dal procuratore Cataldo Motta, dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone e dal sostituto Roberta Licci, 2.223 ulivi che sarebbero dovuti essere abbattuti per contenere il contagio vengono sequestrati. Contestualmente, i magistrati aprono un’indagine contro dieci persone, fra cui ricercatori universitari, funzionari della Regione e lo stesso commissario Silletti. Secondo la tesi accusatoria sono responsabili della diffusione colposa del batterio.

Facendo leva su perizie che di fatto scavalcano il lavoro degli scienziati, la procura ipotizza che la xylella fosse presente in Puglia da tempo e che parlare di emergenza è ingiustificato. Ipotizza inoltre la presenza di nove ceppi del batterio, invitando dunque a una maggior cautela prima dell’attuazione del piano. La vicenda finisce addirittura sulle pagine di Nature, dove la comunità scientifica esprime scetticismo riguardo alla liceità dell’azione dei magistrati. Gli ulivi interessati dall’abbattimento vengono dissequestrati a luglio 2016. La tesi accusatoria crolla quando la presenza dei nove ceppi distinti viene smentita. Le analisi genetiche individuano infatti un’unica sottospecie associata alla peste degli ulivi: “xylella fastidiosa”. Per una singolare coincidenza, a due anni esatti dall’azione della procura, il 18 dicembre 2017 su Scientific reports viene pubblicato il lavoro di alcuni dei ricercatori indagati – Maria Saponari, Donato Boscia e Vito Nicola Savino – che dimostra il nesso di causalità fra la xylella e il “Complesso di disseccamento rapido degli olivi”.

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