Un pilastro per tutti

Pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, protezione sociale e inclusione. Alcuni dei principi su cui a fine 2017 l’Europa ha basato i diritti sociali. Un intervento per ridurre le disuguaglianze. Anche territoriali

Scultura a Derry Border Brexit

È stato approvato solo a fine 2017 il Pilastro europeo dei diritti sociali, tardi rispetto alle tante richieste di evitare l’accentuarsi delle disuguaglianze. Sono venti i principi chiave su cui è basato, strutturati in tre categorie: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro eque, protezione sociale e inclusione. A proposito dell’introduzione di questo nuovo Pilastro, si legge sul sito web della Commissione europea: “Ci troviamo ad affrontare un gran numero di sfide, dalla globalizzazione all’impatto delle nuove tecnologie sulla società e l’occupazione, senza dimenticare le preoccupazioni in materia di sicurezza e l’ascesa del populismo. Dobbiamo fare in modo di non esserne travolti, ma anzi di cogliere le opportunità che queste tendenze offrono”.
Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, sottolinea che, troppo a lungo, soprattutto nel periodo successivo alla crisi del 2008, le istituzioni comunitarie si sono concentrate sul ruolo delle politiche sociali solo come catalizzatrici di crescita, occupazione e competitività. «Questo approccio ha subìto un cambiamento importante con l’approvazione inter-istituzionale del Pilastro europeo, incentrato maggiormente sulla promozione dei diritti sociali, a prescindere dalle loro implicazioni economiche», spiega.
Assicurare il rispetto dei principi e dei diritti definiti nel nuovo Pilastro sarà la sfida per il futuro dell’Unione. Sono chiamati ad agire gli Stati membri – ciascuno con il suo sistema di welfare – le istituzioni dell’Ue, le parti sociali e tutti i soggetti interessati. Per Barbieri, saranno determinanti le decisioni dei singoli Paesi sul finanziamento delle politiche del Pilastro e il grado di solidarietà e mutualismo comunitario sul quadro finanziario pluriennale dell’Unione. «È un miraggio – si chiede il direttore di Oxfam – pensare a un’Unione europea che rafforzi la sua dimensione sociale, che promuova un benessere equo e sostenibile per tutti i suoi residenti nel rispetto per l’ambiente? È possibile immaginare un’Unione Europea in cui le decisioni non siano il risultato vincolato di compromessi fra interessi nazionali contrapposti ma di un’ambiziosa ricerca di beneficio per un soggetto collettivo?».
Secondo Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’università di Tor Vergata, a Roma, il rilancio dell’Ue deve avvenire allo stesso tempo in campo ambientale, sociale ed economico, settori che di solito vengono considerati come distinti e invece sono profondamente interconnessi. Tra le misure da attuare c’è l’introduzione di ecotasse progressive, che devono essere accompagnate da misure sociali tali da evitare reazioni come quelle dei gilet gialli in Francia, innescate proprio dall’introduzione di un’ecotassa sul bollo per le auto diesel. Citando The Economist, Becchetti evidenzia un dato impressionante: dal 2000 a oggi, i nuovi beni prodotti dall’uomo sono ben il 23% di quelli creati in totale nella storia. Questo è il risultato di un sistema costruito per soddisfare il massimo profitto delle imprese e il benessere dei consumatori. «Ma due elementi fondamentali per il ben vivere e la sostenibilità, cioè la salvaguardia dell’ambiente e la dignità del lavoro, sono stati messi in secondo piano e sacrificati – osserva Becchetti – Pensiamo alle energie consumate e all’inquinamento generato per la produzione di quei beni, oltre al fatto che la gran parte diventa rifiuto e va smaltita. Ecco perché l’economia circolare deve diventare centrale nella nuova Europa».
Per Becchetti, nel contesto della globalizzazione, le misure di tutela ambientale e sociale sono efficaci se introdotte dal lato del consumo e non della produzione. «Non funziona alzare molto l’asticella delle regole, per esempio fissando un salario minimo, se poi lo fanno solo alcuni Paesi e altri no. Si rischia di perdere competitività e di spingere alla delocalizzazione – spiega – L’ecotassa è la via giusta perché premia fiscalmente i prodotti sostenibili, da qualunque Paese vengano, penalizzando quelli che non lo sono. La grande sfida è riuscire a costruire ecotasse anche sociali, che oltre a premiare la sostenibilità ambientale favoriscano le filiere ad alta dignità del lavoro».
Una nuova Europa più equa, inoltre, deve saper riconoscere le disuguaglianze territoriali interne agli stessi Stati e mettere in atto misure per quelli che sono considerati e si considerano luoghi marginali, trascurati dalla politica, lasciati indietro. Il grido delle aree marginali si è levato chiaramente il 23 giugno 2016, con il referendum sulla Brexit. «Da allora, molti osservatori hanno messo in luce la dimensione territoriale dei profondi mutamenti politici avvenuti nei Paesi occidentali. Dove i cittadini sono stati chiamati alle urne, è emersa una sensibile differenza tra aree urbane e rurali, tra città grandi e medie e tra centri e periferie nelle città più importanti», afferma Giovanni Carrosio, sociologo e autore di un saggio appena uscito per Donzelli, I margini al centro. L’Italia delle aree interne tra fragilità e innovazione.
Per Carrosio, siamo di fronte a un gap di riconoscimento su base territoriale nel momento in cui le persone che vivono in uno stesso Paese sentono che le proprie specificità sono misconosciute dalla politica, dall’amministrazione, dalla cultura, dalle élite: o non vengono comprese o vengono apertamente disprezzate. Ciò si traduce in ingiustizia territoriale quando la politica, le regole, le norme non tengono conto di queste diversità.
«Esistono differenze che hanno bisogno di essere riconosciute perché si traducano in parità partecipativa, attraverso istituzioni capaci di produrre coesione – prosegue Carrosio – Certo, il misconoscimento delle campagne da parte delle élite urbane non è nuovo, ma trova nel discorso neoliberale nuovo terreno su cui crescere e proliferare». Le disuguaglianze territoriali sono state ampliate da riforme istituzionali cieche rispetto alla varietà dei luoghi, da investimenti pubblici e misure fiscali che hanno favorito i grandi agglomerati urbani e le principali direttrici di trasporto, come le linee ferroviarie ad alta velocità, trascurando le esigenze delle aree periferiche. E le misure di compensazione non sono state sufficienti ad attenuare le tensioni prodotte da questi approcci.
È per questo che da molti l’Ue è percepita come parte del problema e non della soluzione: «C’è un divario troppo ampio – riprende Carrosio – tra le promesse, come quelle contenute nel Pilastro dei diritti sociali, e i risultati, la condizione di vita di chi vive in luoghi marginali. La politica di coesione, lo strumento progettato per raggiungere uno “sviluppo armonioso”, non è riuscita a portare fuori dalla trappola del sottosviluppo molti luoghi a crescita lenta, e non è percepita dalla maggior parte dei cittadini come un segno che l’Ue esiste e agisce nel loro interesse». Perché sia davvero efficace, quindi, il nuovo Pilastro dei diritti dovrà tenere conto anche delle disuguaglianze territoriali: «Bisogna – conclude – riuscire a costruire politiche cucite sulle diversità dei luoghi, con la partecipazione attiva delle persone che ci vivono. Solo così potranno sentirsi riconosciute».

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