domenica 29 Novembre 2020

Un marchio per la carbonella

Carbonella certificata

A primavera è tempo di gite fuori porta e il barbecue resta il rituale più celebrato da famiglie e cultori delle scampagnate. Una ricerca pubblicata lo scorso anno dal Wwf Svizzera, però, ha rivelato che su 21 note marche di carbonella e brichette di legno una su due contiene legno di foreste tropicali e subtropicali legato al disboscamento illegale. Carbonella, inoltre, ottenuta spesso con procedure di scarsa qualità e sicurezza, con rischi per la salute di chi la produce e di chi la utilizza per cucinare.
Nel cuore delle faggete gestite dal Consorzio forestale Amiata (in provincia di Grosseto), il primo ad aver ottenuto a livello nazionale la certificazione Pefc, è partita un’iniziativa per produrre carbonella da filiera corta recuperando la tradizione dei carbonai, ma all’insegna dell’innovazione. È nata così la prima carbonaia hi-tech italiana, realizzata dalla B&C Technosystem nell’ambito del progetto “Ricacci” (Recupero innovativo carbonizzazione e attivazione di certificazione energetico-forestale coordinata e inclusiva), parte del Pif Foglie (Psr della Regione Toscana 2014-2020). È un imponente forno mobile orizzontale, che valorizza gli scarti delle utilizzazioni forestali a gestione controllata, con criteri sostenibili sia dal punto di vista economico che sociale.
«Tradizionalmente, la produzione avveniva su piazzole nel bosco. Grandi cataste di legna, disposte a cupola e ricoperte di terra, venivano accese introducendo il fuoco da un camino centrale. Dentro avveniva l’alchimia della carbonizzazione: la combustione ad alte temperature, con poco ossigeno e senza fiamme, all’occorrenza smorzate dall’acqua, producendo colonne di fumo tossico inalate dai carbonai», spiega Paolo Franchi, tecnico del Consorzio forestale Amiata. «Anche per questo la produzione è cessata. Ma continua in aree prive di controllo come Africa, Est Europa e Sud America, dove l’uso di petrolio per la combustione è spesso una prassi consolidata».
La nuova carbonaia, invece, svolge l’intero processo in ambiente controllato. Localizzabile presso le aree di taglio, consente la trasformazione in loco, attivando la catena di custodia forestale Pefc. Ad alimentare la carbonaia è una camera di combustione. Mentre i fumi prodotti sono abbattuti in una camera di condensazione munita di canna fumaria. Le sostanze reflue, invece, raccolte in una vasca, possono essere riutilizzate nel settore alimentare o cosmetico, assicura il gruppo di ricerca Utilizzazioni forestali e biomasse del Dafne dell’Università della Tuscia (Vt). Dai test è emerso inoltre che, a parità di legna trattata, la quantità di carbone vegetale ottenuta è maggiore rispetto ai prodotti in commercio, che presenta un maggiore contenuto di carbonio e un peso minore. «La sperimentazione continua – conclude Paolo Franchi – ma contiamo di entrare in produzione entro fine 2019». Intanto la carbonella “green” è impiegata in manifestazioni locali come “Montagnando”, che si svolgerà il prossimo giugno a Seggiano (Gr).

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