venerdì, Ottobre 30, 2020

Un fiume di plastica

foto fiume Citarum

Make a change world” è la media outlet nata dall’iniziativa di Sam e Gary Bencheghib, due fratelli francesi di origine indonesiana, di 20 e 22 anni, impegnati a sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi causati dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici nel mondo attraverso video realizzati da loro stessi e testimonianze raccolte da altri changemakers. Dal documentario dedicato al Citarum river, sull’isola di Giava, ha preso il via una campagna di pulizia del fiume che ha coinvolto il governo e le autorità locali. Ed è nato un progetto, che è possibile seguire attraverso l’hashtag #PlasticBottleCitarum. L’idea scatta quando Sam e Gary scoprono che il Citarum è il fiume più inquinato del mondo. Lungo oltre 300 km lambisce la città di Giacarta per sfociare nel mar di Giava, quasi di fronte alle Filippine. Nel video di presentazione dell’iniziativa si denuncia come oltre 800 fabbriche scarichino sostanze tossiche nel fiume, le cui acque vengono utilizzate tutti i giorni da più di 15 milioni di persone per cucinare, lavarsi e bere, inconsapevoli degli effetti sulla loro salute. Dopo aver costruito da soli i kayak utilizzati per il viaggio, con 300 bottiglie di plastica e pezzi di bamboo, Sam e Gary hanno percorso un tratto di 68 km, documentando con telecamere e macchine fotografiche lo stato del fiume. Iniziano il loro viaggio nel villaggio di Majalaya, nella Giava occidentale, e impiegano due settimane per arrivare alla foce del fiume. In alcuni punti i rifiuti sono così tanti da aver creato un tappeto, togliendo lo spazio all’acqua. Molti pescatori si sono così reinventati il loro mestiere, vendendo la plastica raccolta nel fiume. Il governo indonesiano, dopo aver visto il documentario, ha dichiarato di aver creato un piano d’emergenza per l’inquinamento del Citarum, nonostante già nel 2008 l’Asian development bank avesse stanziato un prestito di 500 milioni di dollari per ripulire le acque del fiume, attività iniziata nel 2011 con un costo ricalcolato e stimato attorno ai 4 miliardi di dollari. Al Citarum è rimasto però ancora il triste primato di fiume più inquinato al mondo. Anche se dal ministero dell’Ambiente e delle foreste della Repubblica di Indonesia è arrivata la promessa che nei prossimi mesi verrà stilato un piano d’azione in cui saranno coinvolti anche i 13 distretti dislocati lungo il corso d’acqua. I due fratelli avevano già dato vita a un’esperienza di pulizia nella vicina isola di Bali, dove si erano trasferiti con la famiglia, coinvolgendo amici e volontari e creando pagine Facebook dedicate alla pulizia delle spiagge. Make a change Bali, nata nel 2009, grazie al suo successo è diventata Make a change World, che nel sito (makeachange. world) e sulle piattaforme social gestite da Sam e Gary raccoglie importanti testimonianze da tutto il mondo sull’inquinamento ambientale, con la speranza di incoraggiare chi vede i filmati e visita il sito a modificare il proprio stile di vita verso una maggiore consapevolezza ambientale. Quello che è cominciato ad accadere proprio lungo le sponde del Citarum. «Credo che manchi una cultura di base, cioè che il fiume è di tutti e va difeso e protetto da tutti. Invece la mentalità è che il fiume non è di nessuno e quindi tutti possono maltrattarlo liberamente», afferma Maria Rita D’Orsogna, docente di Fisica presso il dipartimento di Matematica della California state university, Northridge, a Los Angeles. Attivista ambientale nota in Italia per il suo impegno contro le trivellazioni di petrolio, segue con attenzione le campagne promosse da Sam e Gary Bencheghib. «Purtroppo è tutto già documentato: i pesci non ci sono più nelle zone maggiormente inquinate, anzi spesso si pescano cose, cioè scarti di altri – aggiunge – che si spera di poter riutilizzare o vendere. In alcuni casi le turbine idroelettriche lungo il Citarum sono state intasate dall’immondizia che arrivava da altrove. Si sono anche registrate morti dovute a epidemie da diarrea e altre malattie riconducibili al consumo di acqua inquinata. Ovviamente è anche una questione di povertà e di cattiva istruzione. Quando si è poveri è più difficile pensare a nient’altro che non sia la sopravvivenza quotidiana». Non sono mancati i tentativi di risanare il fiume indonesiano, comunque vitale per milioni di persone. «Per garantire l’arrivo di acqua pulita in alcune località sono stati costruiti canali paralleli – racconta la professoressa D’Orsogna – lontani e protetti dal corso principale del Citarum, in modo da non essere esposti agli scarichi e ai rifiuti. La pulizia del fiume è però un’operazione molto più complicata. Saranno operazioni lente, credo non high-tech, per raccogliere tutta l’immondizia e separare ciò che può essere riciclato o riutilizzato, e ciò che invece deve essere smaltito in discarica o incenerito. La cosa più importante, però, è la prevenzione, per sensibilizzare la popolazione sul fatto che, appunto, il fiume è di tutti e che tutti ci guadagnano se è pulito. In parallelo saranno utili programmi che associano un ritorno economico a chi ricicla». Le soluzioni, per invertire tendenza, non mancano. «Si potrebbe incentivare il riciclo con programmi che coinvolgono la popolazione – continua la docente universitaria – come il vuoto a rendere di bottiglie di plastica o di vetro. Questo a sua volta potrebbe anche portare a posti di lavoro e alla nascita di piccole imprese locali specializzate nel riciclaggio di materiale, con la creazione di nuovi materiali e oggetti ». Un po’ come hanno fatto i due fratelli Sam e Gary per costruire, con le bottiglie di plastica, i loro kayak. Resta l’incognita su quale potrà davvero essere il destino di aree come quella del fiume Citarum, in Paesi con un grande patrimonio ambientale e una spinta, fortissima, verso il consumismo. «Questi livelli di inquinamento, come ho già detto – afferma D’Orsogna – sono un misto, secondo me, di povertà, mancanza di educazione e di multe. Scene simili si possono vedere anche in India, per esempio. Credo che fino a prima dell’arrivo della plastica e dei rifiuti industriali, l’abbandono dell’immondizia nei campi o nei fiumi era qualcosa che la natura poteva smaltire, se non addirittura creava benefici. Basti pensare all’utilità del letame, per esempio, oppure al fatto che i rifiuti erano per lo più organici, di volume limitato, con un tempo di smaltimento rapido». Tutto è cambiato con l’arrivo della plastica e della cultura usa e getta: «I rifiuti sono diventati molto più numerosi, difficili da smaltire e i materiali coinvolti di scarso valore commerciale. Ma la cultura non si è evoluta – conclude Maria Rita D’Orsogna – e non si pensa alle conseguenze della cattiva gestione dei rifiuti. Una cosa è gettare un torsolo di mela nei campi, un’altra è abbandonare una bottiglia di plastica. La mela in poche settimane è assorbita e non rilascia sostanze tossiche. La bottiglia di plastica ci mette 400 anni a disintegrarsi. Anzi, non si degraderà mai completamente». Basta chiederlo a chi vive lungo il Citarum river.

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