venerdì, Ottobre 30, 2020

Un “codicillo” infangato

foto di fanghi in agricoltura

di Damiano Di Simine *

Il codicillo sui fanghi di depurazione in agricoltura, inserito dal governo fra le pieghe del “decreto Genova”, di cui tanto hanno parlato i media negli ultimi giorni, è una pezza necessaria a sbloccare una situazione critica, che ha mandato in crisi il sistema industriale che si occupa di raccolta, processamento e spandimento di fanghi di depurazione classificati come idonei all’uso agricolo, determinata da una sentenza dello scorso luglio che interviene su una norma della Regione Lombardia che fissava limiti troppo generosi sulla presenza di idrocarburi nei fanghi. Il magistrato, a cui si erano appellati sindaci e cittadini, riscontrando l’assenza di limiti di riferimento nella legislazione nazionale ha applicato il massimo principio di precauzione, stabilendo che i fanghi di depurazione per l’impiego agricolo non potessero contenere più di 50 mg di idrocarburi pesanti per kg, limite contemplato dalla legge per la qualità dei suoli in aree residenziali e parchi giochi per bambini.

Si può addebitare al giudice un eccesso di zelo? In parte sì, ma il mestiere del giudice non è quello di supplire alla struttura tecnico-giuridica di un ministero. Ha riscontrato una carenza normativa e ha operato secondo coscienza e precedenti giurisprudenziali. Ad altri compete di stabilire norme. E questo il governo l’ha fatto, bisogna dargliene atto, con il codicillo appunto. Il modo non è stato troppo elegante, il decreto trattava d’altro… Ma l’emergenza c’era e far finta di niente avrebbe significato riempire le discariche di fanghi, anzi cercare discariche all’estero per mandarci un materiale che fino al giorno prima veniva utilizzato, in condizioni rigorosamente controllate, per fertilizzare i nostri campi. Oppure spegnere i depuratori e ritrovarci con le schiume a galleggiare sotto i ponti.

Stiamo parlando di centinaia di migliaia di tonnellate di fanghi che ogni mese vengono prodotte da tutti i depuratori delle acque del nostro Paese. Una precisazione, altrimenti non ci capiamo: i fanghi non li fanno i poteri forti ma noi con i nostri bisogni, fisiologici e non, di allontanare le acque sporche dalle nostre case, fabbriche, uffici. Se vogliamo fiumi, laghi e mari puliti dobbiamo produrre fanghi, se li vogliamo più puliti dovremo produrne di più. I fanghi, in Italia come in gran parte d’Europa, se sottostanno a requisiti fissati dalle normative (il dm 99/92 stabilisce i limiti per i metalli pesanti e le caratteristiche agronomiche dei fanghi) sono e restano rifiuti, quindi con obbligo di gestione e tracciabilità. Ma possono essere destinati all’utilizzo agricolo in modi più igienici ma non troppo diversi rispetto al passato, quando la preziosa “cacca” cittadina era oggetto di intensi commerci e le cloache usate per sostenere la fertilizzazione e l’irrigazione dei prati da foraggio. Se invece i fanghi non sono idonei, provenendo da impianti di depurazione che trattano reflui industriali, al momento il loro destino è la discarica. Quasi metà dei fanghi di depurazione risultano non idonei all’uso agricolo. Per questo la ricerca cerca di sviluppare sistemi di valorizzazione alternativa della materia contenuta in questi fanghi.

Cosa cambia con il codicillo, che secondo molti commentatori minaccia di avvelenare i campi italiani? Cambia che sui fanghi da usare in agricoltura dovranno essere fatte due analisi in più per certificarne l’idoneità agricola. Se fino alla scorsa estate bastava analizzare i metalli, da ora bisognerà analizzare anche gli idrocarburi pesanti e i marcatori di cancerogenicità. Questo vuol dire che fino a ieri gli idrocarburi pesanti, di diversa origine, nei fanghi non c’erano? No, c’erano anche prima, ma al di fuori della Lombardia non venivano analizzati e il fango era comunque idoneo. Quindi nessun avvelenamento dei campi, solo un aumento dei controlli. Ci sono materie in cui la polemica politica dovrebbe lasciare il posto all’approfondimento. Ricordando che la gran parte degli idrocarburi pesanti è formata da molecole innocue, tanto da far parte della nostra alimentazione: le cere vegetali, ad esempio, sono presenti in frutta, verdura e olio d’oliva, il nostro intestino non le digerisce ed è normale che si trovino nei fanghi.

E allora cosa non va nel provvedimento? Non va che è una pezza applicata a una disciplina vecchia di trent’anni. Serve un riordino complessivo della normativa per affrontare i problemi reali e non solo per aggiornare i parametri di riferimento. Quello che non funziona nella filiera che va dai depuratori ai campi sono i processi che trasformano la “ragione sociale” dei fanghi. Oggi il loro uso agricolo è tutelato dalla normativa sui rifiuti: il fango che va nei campi è analizzato, caratterizzato, tracciato e viene spanto su campi che hanno caratteristiche idonee ad accoglierli, indicati in uno speciale catasto georiferito. Lo stesso non avviene per i fanghi, e sono la maggior parte, che subiscono trattamenti di stabilizzazione chimica, trattati con calce e acido solforico per diventare “gessi di defecazione”. Questa trasformazione non cambia praticamente nulla della pericolosità chimica e biologica del fango, ma ne cambia l’attributo giuridico: il “gesso” non è più un rifiuto, diventa un fertilizzante. E come tale cessa di essere tracciato e monitorato, può essere spanto sui campi “secondo buona pratica agricola”, che non significa nulla se si hanno intendimenti ecocriminali.

Quello che chiediamo come ambientalisti è che questo governo riesca a cancellare questo sistema perverso, estendendo lo stesso regime di controlli obbligatori per i fanghi anche ai gessi che ne derivano, perché è proprio nella trasformazione in gessi che si annidano abusi e irregolarità che sfuggono a ogni controllo: se la pezza servirà a rimettere mano alla normativa su fanghi e derivati, aprendo la prossima annata agraria con una disciplina molto più tutelante, allora sarà stata utile. Altrimenti resterà solo una pezza, ma non sarà sua la colpa dei campi avvelenati.

 

* responsabile suolo per Legambiente

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