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Ulivi da salvare

Durante gli ultimi mesi i riflettori dei media e delle istituzioni sono puntati sull’agricoltura pugliese. Ma non per le sue eccellenti produzioni premiate con otto Dop, quattro Igp e 38 vini a marchio fra Doc, Docg e Igt. A fare notizia è la tragica moria di uno dei simboli, insieme al grano e alla vite, dell’agricoltura, del paesaggio e della cultura mediterranea: l’ulivo. Una pandemia partita due anni fa dal Salento, la parte più meridionale della regione, patria di circa 11 milioni di ulivi, ma che sta iniziando lentamente a risalire, rischiando di sconfinare sempre più verso nord. La causa principale, sembra un batterio killer, la Xylella fastidiosa subspecie pauca, che causa, insieme ad altri fattori, un “Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO). Probabilmente originario del Costa Rica, dove è parassita di oleandri e piante del caffè, capace di saltare di specie in specie, forse ben 150, e di pianta in pianta godendo di un’estrema mobilità passiva, questo patogeno attacca la parte legnosa del tronco e dei rami provocando l’occlusione dei vasi in cui passa la linfa. Portando così alla rapida morte della pianta ospitante. Un incubo che ha messo in allarme non solo le amministrazioni locali ma persino la Commissione Ue che ha prescritto drastici provvedimenti di abbattimento al fine di eradicare il problema prima che si possa propagare ad altre specie (come la vite) e in altri territori. «Le prescrizioni della Commissione, recepite a livello ministeriale e regionale, basate su vasti interventi di abbattimento e su massicci interventi fitosanitari – dice Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia – comportano il rischio di desertificare o di deprivare fortemente zone di grande bellezza, senza peraltro fornire garanzie di pieno successo nella lotta ai patogeni».

Un pericolo concreto dunque, che potrebbe mettere in ginocchio l’intero comparto olivicolo già duramente provato da una forbice sempre più stretta fra costi di gestione (basti pensare alle potature, che devono essere eseguite da personale professionale) e ricavi sempre più contenuti nonché da fenomeni climatici ormai imprevedibili. Proprio questi ultimi favoriscono peraltro l’attecchimento di specie aliene. La Xylella però, pur essendo la probabile causa principale, non agirebbe da sola. A complicare il quadro concorrono funghi specifici del legname di generi diversi insieme alla Falena Leopardo detta anche Rodilegno giallo (Zeuzera pyrina), una farfalla che depone fino a duemila uova da cui si generano larve capaci di attaccare germogli e rami di peri, meli, prugne, susine, peschi e ulivi. Infine un altro insetto, la Sputacchina media, principale vettore del batterio. «Probabilmente dovremo imparare a convivere con questo patogeno, poiché la sua eradicazione pare improbabile – dichiara Giancarlo Leuzzi, agronomo pugliese – Ad oggi, infatti, la ricerca e la sperimentazione sono ancora indietro rispetto all’avanzamento delle infezioni».

L’andamento dei prezzi dell’olio e delle olive da mensa, insomma, potrebbe essere anche quest’anno in crescita. Ma fatto ancor più importante, se non si troveranno misure concertate fra le amministrazioni, sarà compromesso lo spettacolare paesaggio agrario della Puglia, modellato dalla mano dell’uomo durante i secoli proprio intorno a questi favolosi alberi contorti e grinzosi. Quella mano che ha pazientemente strappato dai campi le pietre che ne ostacolavano la crescita, giorno dopo giorno, creando con esse migliaia di chilometri di muretti a secco o abitazioni dai nomi evocativi: paiari, truddi, pagghiari, caseddhri, fornieddhi. La soluzione sta nel prevenire la diffusione di specie aliene e riportare l’agricoltura verso ritmi e pratiche più naturali. 

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