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Uiguri fuori dall’ombra

Dal mensile – La Cina costringe a condizioni di vita disumane la minoranza turcomanna del nordovest del Paese. Oggi finalmente se ne parla. Una svolta documentata dal maggior rilievo mediatico e da sempre più iniziative internazionali

di ALESSANDRO MICHELUCCI

Chi si occupa delle minoranze e dei popoli indigeni rischia di concentrarsi sulle notizie negative, purtroppo prevalenti, disegnando l’immagine di comunità umane senza speranza, quando non condannate all’estinzione. Il suo compito resta quello di denunciare le tante ingiustizie che questi popoli devono subire, ma al tempo stesso deve prendere atto dei progressi che portano qualche spiraglio nel buio. Un esempio plastico è il caso degli Uiguri, la minoranza turcomanna di fede islamica concentrata nello Xinjiang, nella Cina nordoccidentale. Negli ultimi anni sono finalmente emerse le condizioni disumane che Pechino impone a questa minoranza: il semplice fatto che se ne parli è già un passo avanti. Una svolta non soltanto documentata dal maggior rilievo mediatico, ma anche da iniziative di respiro internazionale che hanno coinvolto i campi più diversi. La nostra è una ricognizione incompleta, sufficiente però a mettere in luce un fenomeno che assume sempre di più un respiro internazionale.

Fra etica e profitti

Una netta presa di posizione contro l’oppressione degli Uiguri viene dai marchi internazionali della moda. La campagna “End Uyghur forced labour”, lanciata nel 2020 da varie associazioni, sindacati e gruppi commerciali, vuole mettere fine alla pratica del lavoro forzato applicata in Cina. Questa colpisce soprattutto gli Uiguri e altre minoranze turcomanne musulmane dello Xinjiang, come i Kazaki e i Kirghisi. Le aziende che hanno aderito alla campagna – fra cui Marks and Spencer, Ovs e Reformation – hanno chiesto ai fornitori di non usare cotone, filato o altri materiali provenienti dalla regione. Adidas, Nike, Zalando e altri marchi vengono stimolati a fare altrettanto. Ma non tutti accettano di far prevalere i diritti umani sui profitti.

Una diplomazia parallela

Un ruolo di primo piano nella difesa della minoranza uigura spetta al World Uyghur congress (Wuc), la principale organizzazione uigura, nata a Monaco di Baviera nel 2004 dalla fusione di alcune associazioni preesistenti. Il Wuc porta avanti un’intensa azione diplomatica in stretto contatto con gli organismi sovranazionali, come Ue e Onu, e con le associazioni che difendono i diritti delle minoranze, prima fra tutte la Gesellschaft für bedrohte völker (Gfbv, Associazione per i popoli minacciati). Al tempo stesso, l’organizzazione collabora con le altre rappresentanze delle minoranze oppresse dal regime cinese, come il Southern Mongolian human rights information centre (Shric) e la International campaign for Tibet (Ict). Ma non si limita a questo. La sua iniziativa più ambiziosa è quella che si propone di “indagare sulle atrocità attuali e sul probabile genocidio” della minoranza in oggetto. Il Wuc ha infatti affidato questo compito a Geoffrey Nice, avvocato inglese che ha collaborato a lungo con la Corte penale internazionale, nella quale è stato il principale accusatore dell’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic.

Anche se l’idea di genocidio uiguro è sostanzialmente estranea all’uomo comune, sono sempre di più gli studiosi che non esitano a usare questa espressione. Secondo la casistica fissata da Raphael Lemkin, che coniò il termine per codificarlo nella Convenzione sul genocidio approvata dall’Onu nel 1948, “per genocidio si intende uno qualunque dei seguenti atti commessi con l’intenzione di distruggere in modo totale o parziale un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: (a) Uccidere i membri del gruppo; (b) Cagionare seri danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (c) Infliggergli deliberatamente delle condizioni che causino la sua distruzione fisica totale o parziale; (d) Imporgli delle misure che limitino il suo sviluppo demografico; (e) Trasferire forzatamente i bambini del gruppo a un altro gruppo”. Tutte le voci si attagliano perfettamente a quanto avviene nello Xinjiang.

La parola all’accusato 

Schierarsi è legittimo, ma è sempre doveroso lasciare la parola all’altra parte. La Cina risponde alle accuse in due modi contrastanti. Da una parte con un diniego generico, sostenendo la falsità delle notizie relative agli Uiguri. Dall’altra con testi che confermano la sua politica repressiva. Fra questi la raccolta nota col nome di “Xinjiang Papers”, oltre 400 pagine di documenti interni del governo cinese che provano in modo incontestabile il disegno repressivo ai danni della minoranza turcomanna. I documenti contengono dettagliate informazioni sui “campi di rieducazione”, vale a dire i campi di concentramento che Pechino ha creato nel 2017. Secondo le stime di varie associazioni umanitarie, oggi sarebbero rinchiuse nei campi almeno un milione e mezzo di persone, in larga maggioranza uiguri. Una testimonianza diretta è Rescapée du goulag chinois: premier témoignage d’une survivante ouïghoure (Editions des Equateurs). Il volume, curato dalla giornalista francese Rozenn Morgat, contiene la preziosa testimonianza di Gulbahar Haitiwaji, una donna uigura che ha trascorso due anni nei campi di concentramento. Il libro dovrebbe uscire in italiano entro la fine dell’anno. Altri documenti, confermati da dichiarazioni ufficiali, fanno riferimento alla “riduzione della povertà nelle aree arretrate”. L’accusa di “arretratezza” nei confronti delle minoranze è un grande classico dei regimi totalitari, in realtà questi programmi hanno come obiettivo l’assimilazione e l’imposizione della lingua cinese nelle scuole, come è già avvenuto nella Mongolia Interna.

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Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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