“Tutto il resto è propaganda”

Fondi per la cooperazione allo sviluppo usati non per contrastare la povertà ma per respingere i migranti. L’inchiesta collettiva che svela la verità sul Trust fund raccontata dalla giornalista Ludovica Jona



Foto di Sara Prestianni

Un lavoro lungo un anno. E che ha coinvolto sei giornalisti, un videomaker, un webdesigner e un esperto di social media. Un lavoro di squadra reso possibile grazie al Centro europeo di giornalismo e alla tenacia di una giornalista in particolare: Ludovica Jona, collaboratrice de La Stampa. Tutto questo è “Diverted aid”, l’inchiesta che ha messo in luce il dirottamento dei fondi per la cooperazione internazionale nel Trust fund finalizzato al contrasto dell’immigrazione irregolare.
La traccia dell’inchiesta parte da lontano. «Due anni fa lavoravo per Oxfam italia e come ufficio stampa ho partecipato al vertice euroafricano della Valletta a Malta – racconta Ludovica Jona – In quell’occasione è stato costituito il Fondo di emergenza per l’Africa, che sostanzialmente finanzia azioni per controllare le migrazioni. Una delle prime azioni dell’Agenda europea delle migrazioni è stata la costituzione di questo fondo. Diverse ong al tempo, era il novembre 2015, denunciarono il rischio che in questo fondo fossero investiti soldi in realtà destinati alla cooperazione allo sviluppo, cambiandone gli obiettivi». Jona termina la collaborazione con Oxfam, ma non distoglie l’attenzione dal tema. «Ho continuato a seguire le risoluzioni del Parlamento europeo che denunciavano come attraverso questo Trust fund venissero dirottati i fondi che avevano l’obiettivo di combattere la povertà. Lo scopo di “facciata” è affrontare le cause profonde dell’immigrazione irregolare, ma poi basta studiare le carte per capire che lo scopo reale è semplicemente contrastarla con qualsiasi mezzo, comprese azioni di rafforzamento di polizia, legislazione contro il traffico di persone, istituzione di sistemi di raccolta di dati biometrici. Ho pensato di presentare l’idea dell’inchiesta al Centro europeo di giornalismo, che finanzia progetti innovativi sui Paesi in via di sviluppo. Ho fatto una prima domanda ed è passata».
Il Centro europeo di giornalismo (European journalism centre, Ejc) è una fondazione internazionale senza scopo di lucro che ha come obiettivo il miglioramento, il rafforzamento e il sostegno del giornalismo e dei mezzi di informazione. La sua missione è la difesa, la valorizzazione e l’incoraggiamento di un giornalismo di qualità in Europa e, in un momento di difficoltà finanziarie per molti media, stimolare modi più creativi di fare giornalismo. Il sostegno finanziario proviene dalla Fondazione Bill & Melinda Gates. Nella prima selezione del bando 2016, su 160 progetti ne sono stati selezionati una trentina, fra cui appunto “Diverted aid”, con la raccomandazione di coinvolgere testate, oltre La Stampa, in altri Paesi europei.

Foto di Sara Prestianni

«Volevo avere l’opportunità di studiarmi tutti i documenti – spiega Jona – e volevo quantificare quello che era già stato denunciato da parte delle ong e dell’Europarlamento ma che era rimasto nel “recinto” degli addetti ai lavori. Quantificarlo attraverso il data journalism, con infografiche, animazioni… e poi sarebbe stato importante andare in Africa, vedere che che cosa succede lì».
Intanto Jona ha una figlia. Così decide che tutta la parte di studio l’avrebbe condotta lei, mentre per la ricerca sul campo avrebbe avuto bisogno di coinvolgere altri giornalisti. «Sulla base delle esigenze editoriali dell’inchiesta ho contattato le persone. Joshua Massarenti di Afronline a Bruxelles, grazie a lui abbiamo contattato il nostro fixer in Niger, Razak Idrissa. Poi Sara Prestianni, esperta dell’ufficio dell’Arci immigrazione, sapevo che era stata già in Niger, crocevia dei flussi migratori dove dovevamo assolutamente andare, così come in Mali, Paese di origine di molti migranti in Europa, dove vive l’altro giornalista freelance che ha collaborato all’inchiesta, Andrea De Georgio. Insieme al videomaker Mario Poeta abbiamo così costituito il gruppo che sarebbe sceso giù. Poi per la parte spagnola ho contattato anche la giornalista Mariangela Paone». La politica di esternalizzare i confini e rafforzare le forze dell’ordine nei Paesi di origine in modo che i migranti rimangano bloccati lì è un’idea che nasce in Spagna. «In molti documenti si parla della Spagna come best practice. La missione che è andata in Niger e Mali ha potuto vedere alcuni progetti solo avviati, come i Centri di accoglienza per i migranti di ritorno. Molti sono in corso d’opera».
Il finanziamento del Centro europeo di giornalismo è stato di 20.000 euro. «I compensi non sono stati alti – spiega Jona – Tutti abbiamo fatto questo più per passione che per guadagno. E con l’orgoglio di essere riusciti a comunicare con strumenti innovativi un argomento molto tecnico». Il progetto è stato realizzato secondo due prospettive: dall’alto al basso, con l’analisi dei dati dell’allocazione dei fondi trasferiti, e dal basso all’alto, con il racconto di storie sul campo nei Paesi africani coinvolti. La prima parte dell’investigazione è stata realizzata con gli strumenti del data journalism: attraverso mappe, infografiche e animazioni video. La seconda parte dell’inchiesta consiste invece in contenuti multimediali – scritti, fotografici e video – che costituiscono un reportage su come le risorse europee sono state spese in Mali e Niger. I brani di testo sono accompagnati da brevi video e grafiche che includono foto, mappe e visualizzazione di dati. Tutto materiale di facile condivisione e di impatto sui social network.
«Il nostro obiettivo era di arrivare a più persone possibili, trasformando un argomento tecnico in qualcosa di raccontabile e commentabile da tutti». Del lavoro lungo un anno, due gli aspetti che più hanno colpito la giornalista. «La società militare francese Civipol, che da un lato organizza la fiera militare internazionale più importante al mondo e dall’altro si aggiudica gli appalti allo sviluppo, usati per formare le polizie locali. Dall’altra il reportage sul campo: quando un migrante ci racconta che la polizia nigeriana è peggiore di quella libica e che vengono trasferiti in un’altra stanza per vedere se hanno i soldi… Ecco, in Europa si parla tanto del contrasto del traffico di esseri umani, poi vai in Africa ed è tutto completamente diverso».

Foto di Sara Prestianni

È successo anche nel caso dell’intervista al governatore di Agadez, città nigeriana da sempre “porta del deserto”. «Chiedendo di bloccare il flusso di persone si fa una violenza alla vocazione culturale di Agadez, da sempre crocevia di merci e persone – spiega Jona – Inoltre il Niger fa parte della Cedeao, una Schengen africana che permette la libera circolazione in quella parte d’Africa. E così accade che questi ragazzi, che prima erano guide turistiche, si sono reinventati come trasportatori di persone e ora vengono arrestati».
Un lavoro minuzioso per scoprire la verità. Dopo la mobilitazione di ong come Oxfam e Concord, l’Europarlamento ha criticato la Commissione per aver “sottratto stanziamenti agli obiettivi e ai principi degli atti fondamentali per erogarli attraverso il Trust Fund”, denunciando come questo rappresenti “una violazione delle regole finanziarie e comprometta gli esiti delle strategie a lungo termine dell’Unione”. Il Fondo fiduciario non è sottoposto al controllo dell’organo democraticamente eletto dell’Unione. Ma le accuse del Parlamento vengono rifiutate dalla Commissione. Alle domande che Jona ha rivolto al commissario europeo allo Sviluppo, Neven Mimica, ha risposto il suo portavoce affermando che “l’Unione Europea riconosce un legame fra la sicurezza e lo sviluppo” e che il sostegno ad esso si concretizza in diverse modalità, compresa la formazione di forze dell’ordine e il loro equipaggiamento “con l’esclusione di attrezzatura letale”. In riferimento allo spostamento dei fondi, obietta: “L’operazione Trust fund è in linea con le nostre procedure” e rivendica la trasparenza del fondo citando il rapporto annuale che viene pubblicato. «In sede europea sembra che vinca la propaganda più che la realtà dei fatti», conclude amara Ludovica Jona.l

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