Tutte le ombre di Bolsonaro

Non perde occasione per lodare la dittatura in vigore in Brasile dal ’64 al 1981, lamentandosi di non poterne replicare i metodi repressivi. Minaccia l’Amazzonia
e i suoi popoli. Ma c’è chi prova a resistere

Eduardo Bolsonaro

di ALESSANDRO MICHELUCCI

Oggi l’America latina non è più il continente costellato di dittature militari, più o meno sostenute dagli Stati Uniti, che è stato nel secolo scorso. Regimi spietati come quello di Jorge Videla (1976-1981), di Augusto Pinochet (1973-1990) e la dittatura brasiliana in vigore dal 1964 al 1981 sembrano un ricordo lontano. Nonostante ciò, molti Paesi della regione sono ancora attraversati da problemi sociali gravissimi. Valga per tutti il caso del Venezuela, in preda a una lunga crisi che sembra senza sbocco.
Una situazione di particolare gravità è quella brasiliana. Non era mai accaduto, infatti, che la dittatura militare venisse apertamente rivendicata come un modello da un regime, formalmente almeno, democratico. È appunto quello che sta accadendo nel più grande Stato sudamericano, in Brasile, dove il nuovo presidente Jair Messias Bolsonaro non perde occasione per lodare la dittatura, lamentandosi al tempo stesso di non poterne replicare i metodi repressivi. In una situazione come questa, le prime vittime sono i popoli indigeni, anche se il contrasto che li oppone al “potere” non è certo nato con Bolsonaro. In ogni caso, pur concentrandoci su di loro, bisogna sottolineare con forza che la politica del neopresidente rappresenta una minaccia per l’intera popolazione brasiliana. Anche per i suoi sostenitori, che potrebbero essere travolti dal malcontento popolare come accade ai collaborazionisti.

Attacco ai diritti
In alcune occasioni il presidente brasiliano assume delle posizioni così palesemente antidemocratiche che le altre autorità federali sono costrette a intervenire. Qualche esempio? Bolsonaro si è appena insediato quando decide di esautorare la Funai, l’ente governativo per la demarcazione dei territori indigeni, dalla sua funzione. La materia viene affidata al ministero dell’Agricoltura, strettamente legato ai latifondisti. Stephen Corry, direttore generale della ong Survival International, reagisce duramente: “È un attacco ai diritti, alle vite e ai mezzi di sussistenza dei popoli indigeni del Brasile che getta le basi della catastrofe ambientale”. Alcuni mesi dopo, il 22 maggio, la Camera dei deputati decide di reintegrare pienamente nei propri poteri la Funai. La votazione viene confermata dal parere favorevole del Senato, ma poi sconfessata dallo stesso Bolsonaro, che lo scorso 14 giugno ha riaffermato la linea dura.
Un altro episodio, ancora più indicativo della nuova linea presidenziale, riguarda invece l’intera popolazione. La sera del 25 marzo il portavoce della presidenza, Otavio Rego Barros, annuncia che Bolsonaro intende commemorare il 55esimo anniversario del golpe militare (31 marzo 1964), la dittatura sudamericana più lunga, se si esclude il regime paraguayano di Alfred Stroessner (1954-1989). La notizia scatena una reazione immediata, che in poche ore si diffonde rapidamente attraverso Facebook, Twitter e le altre reti sociali. Alle imponenti manifestazioni di piazza dei giorni successivi partecipano anche molti indigeni.
La protesta popolare si coagula in un libro, Ninguém solta a mão de ninguém. Manifesto afetivo de resistência e pelas liberdades (Nessuno lasci la mano di nessuno. Manifesto emotivo di resistenza e per le libertà). Il volume, curato da Tainã Bispo, riunisce ventidue testi inediti di vario tipo, dal saggio alla canzone, dalla poesia alla prosa. Fra gli autori spiccano l’attivista indigeno Yaguarê Yamã, la psicanalista Vera Iaconelli, la cantante Ceumar e la professoressa universitaria Anielle Franco, sorella di Marielle, la politica, sociologa e attivista assassinata da mano ignota il 14 marzo 2018.
 
Dalla parte dei privati
Le reazioni alla politica del nuovo presidente non viene soltanto da ampi strati popolari e dai popoli indigeni, ma anche dall’ambiente accademico. Un caso paradigmatico è infatti quello di Eduardo Viveiros de Castro, un prestigioso antropologo che insegna all’università di Rio de Janeiro. Lo studioso è noto anche in Italia, dove sono stati pubblicati molti dei suoi lavori, l’ultimo dei quali è Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove (Quodlibet, 2019).
Il professor de Castro critica duramente le posizioni del nuovo esecutivo: “È così ignobile che fa rimpiangere i governi precedenti, decisamente negativi perché incapaci di concepire uno sviluppo che non fosse basato sulla crescita economica a spese dell’ambiente, delle terre pubbliche, delle culture di coloro che non si riconoscono nella società dei consumi”. Secondo l’antropologo esiste una differenza sostanziale fra il governo attuale e i due precedenti. “Prima si trattava di incomprensione e di miopia ideologica, mentre ora si tratta di persone che hanno l’obiettivo dichiarato di privatizzare le terre indigene e distruggere le culture dei popoli che le abitano”.