Tutte a casa per il Coronavirus

Che cosa succede alle donne vittime di violenza di genere quando si trovano costrette a coabitare con il partner violento? L’abbiamo chiesto ad associazioni, centri antiviolenza e case rifugio. Da Nord a Sud

donne vittime di violenza

Tutte a casa. Il Covid-19 ha imposto anche alle donne vittime di abusi e violenze di rimanere fra le mura domestiche, con il paradosso che per loro è quello il luogo più pericoloso in cui stare. Lo sanno bene le donne che lavorano nella cooperativa Be Free di Roma, realtà che gestisce cinque centri antiviolenza e cinque case rifugio nella Capitale, a Viterbo, in Abruzzo e Molise. «C’è stata una flessione delle chiamate nella prima settimana – racconta la presidente Oria Gargano – ma poi è ricominciato tutto a ritmi normali. Sono aumentate moltissimo le email: tante sono professioniste che approfittavano dello smartworking per contattarci». Il lavoro compiuto, in modo capillare, è stato quello di rendere noto in tutti i modi che erano rimaste aperte. «Tutti i centri antiviolenza attivi, risposta telefonica h24, whatsapp, email», puntualizza Oria. Poi l’idea di accogliere nuovi casi: Be Free, grazie al finanziamento della fondazione Haiku Lugano, garantisce alberghi, B&B o residence alle donne, anche con figli, in cerca di un alloggio per fuggire dal maltrattante. Alla task force della “Fase due” Oria Gargano chiederebbe di far aprire nuove case rifugio: «Il Consiglio d’Europa ha detto che in Italia servirebbero 6.300 letti, noi ne abbiamo 630, un decimo». Intanto, le telefonate al numero nazionale antiviolenza e stalking, l’1522, sono scese del 55% nelle prime due settimane di marzo: da 1.104 dello stesso periodo del 2019 a 496. Il periodo è davvero complicato per tutte. Come testimonia Rosa Di Matteo, responsabile del centro antiviolenza Aurora di Napoli. «Quando è arrivata l’emergenza, a fine febbraio, stavamo traslocando – spiega – Così abbiamo trasformato le attività in modalità da remoto e il quartier generale ora è casa mia». Rosa riceve le chiamate e poi le smista alle colleghe secondo le esigenze. «C’è stata anche da noi una grande flessione di telefonate, sia per la coesistenza con i propri carnefici, senza possibilità di una via d’uscita come il lavoro, sia perché molte donne pensano sia tutto chiuso». Rosa però racconta come alcuni tipi di chiamate siano aumentate:
«Si tratta delle utenti che già avevamo in carico, vogliono capire come continuare i loro percorsi con i tribunali chiusi, oppure chiedono informazioni sulla gestione del diritto di visita dei papà. Un tema molto caldo è quello della conciliazione dell’esercizio di questo diritto con le misure restrittive imposte dai decreti». Insomma, i problemi sono tanti, così come le risposte messe in campo. Ma a Rosa resta l’amarezza di un lavoro che si sta trasformando fra le mani: «Non funziona un centro antiviolenza lavorando da remoto, il nostro è un impegno che si basa sulla relazione, ci dobbiamo guardare in faccia perché c’è un vissuto anche corporeo, che altrimenti perdi». Nella città partenopea è rimasto attivo anche lo sportello antiviolenza dell’associazione Le Kassandre, a Ponticelli, un presidio con tutti i servizi di accoglienza, la consulenza psicologica, l’orientamento legale, l’auto-aiuto. «Ma sono completamente saltati tutti gli altri progetti», dice Elisabetta Riccardi. L’associazione ne gestiva uno sulla violenza sulle donne rifugiate e richiedenti asilo, un altro sulla conciliazione vita-lavoro. Durante Pasqua ci sono state richieste urgenti di messa in protezione. «L’1522 sta pro- muovendo molto l’app, con la chat, per facilitare le donne che convivono con il violento – spiega Elisabetta – Sono immobilizzate, con la sensazione di stare in carcere. Ma in realtà la polizia potrebbe intervenire e gli alloggi ci sono, perché il Comune si è attivato accreditando dei B&B per l’accoglienza. C’è poi un altro aspetto: la dimensione del controllo che il maltrattante può esercitare dà meno motivo di conflitto. Conosceremo le motivazioni della flessione dopo: quello che sappiamo è che ora quando arrivano a chiamare si è arrivati allo scalino finale, alla violenza fisica». Per questo l’associazione ha avviato una campagna su Facebook in cui chiede ai familiari e ai vicini di casa di aiutare le donne vittime di violenza.
Anche a Milano, nella Casa delle donne maltrattate (Cadmi), Manuela Olivi racconta come nelle prime due settimane il centralino sembrasse spento, «ma ora le chiamate sono ricominciate. I contatti sono maggiori con le donne che già ci conoscevano». Difficile anche la situazione nelle sette case rifugio a indirizzo segreto. «Abbiamo dovuto chiedere loro di rimanere in casa e non uscire a fare la spesa, preferiamo mandare noi qualcuno per farlo – continua Manuela – Un altro problema è legato alle nuove ospitalità: bisognava garantire un’accoglienza in solitaria». Anche al Cadmi si registrano difficoltà nell’accoglienza: «È tutto cambiato, ci manca il contatto vis a vis, necessario per costruire una reale via d’uscita. L’abbiamo mantenuto solo per sei sette donne, dove c’era pericolo di vita».