Turismo, quale formazione

L’aumento dei corsi di laurea e del numero degli iscritti verificatosi negli ultimi anni non si è tradotto in un’adeguata collocazione dei laureati sul mercato del lavoro. Manca anche un uso efficace delle competenze acquisite

Turismo e formazioneL’offerta formativa universitaria italiana per il turismo conta attualmente cinque classi di laurea triennale e quattro magistrale, per un totale di sessantuno corsi, afferenti all’area economica ed umanistica. L’aumento dei corsi di laurea e del numero degli iscritti verificatosi negli ultimi anni non si è tuttavia tradotto in un’adeguata collocazione dei laureati sul mercato del lavoro ed in un efficace utilizzo delle competenze acquisite, rispetto a quanto avviene per altri corsi di laurea. Il dato è emerso nel XXI Rapporto sul Turismo Italiano. Nel dettaglio, dall’elaborazione dei dati Almalaurea relativi al 2016, prendendo in considerazione i due principali corsi di laurea sul turismo, quello triennale in Scienze del Turismo (L-15), e quello magistrale, in Progettazione e gestione dei sistemi turistici locali (L-49), risulta che soltanto il 15,7% dei laureati nella triennale ed il 34,3% dei laureati nella magistrale, ritiene di utilzzare “in misura elevata”, nel lavoro attuale, le competenze acquisite con la laurea. Se in Italia il gap tra formazione accademica e mercato del lavoro può essere principalmente ascritto alle imposizioni del MIUR circa la ripartizione dei crediti formativi fra le varie aree scientifiche che non permettono, nella fase di progettazione dei corsi, l’inserimento di insegnamenti trasversali con contenuti più innovativi, in Europa la situazione non è molto diversa. Una recente indagine della Commissione Europea circa le competenze professionali nel turismo, evidenzia proprio la scarsa considerazione della formazione accademica da parte degli operatori del settore, perchè ritenuta troppo astratta e teorica. I disallineamenti delle competenze secondo l’indagine possono superati colmando alcune lacune nelle competenze chiave (digitale, comunicazione, abilità inetrpesonali, ecc.), definendo nuovi profili per rimanere competitivi ed affrontare i nuovi trend della domanda (gestione delle destinazione, turismo d’avventura, turismo verde, turismo accessibile, ecc.) e agevolando la mobilità transfrontaliera.
Quali sono allora le competenze chiave per la competitività del settore turistico? Il turismo è un settore in continua evoluzione: l’analisi dei trend risulta rilevante per dimensionare il fenomeno. Un’indagine del Ciset individua i principali nella velocità di cambiamento della domanda e degli stili di vita e modalità di vacanza, nella centralità dell’esperienza, nella pervasività delle nuove tecnologie. Il mercato del lavoro nel turismo sarà notevolmente influenzato da tali cambiamenti imponendo: flessibilità, visione e interpretazione integrate, rapidità di risposta ai mutamenti. Molte figure del settore sono a rischio perchè facilmente automatizzabili (receptionist, addetto prenotazioni) o perché sono richiesti profili con nuove e diverse competenze (addetto marketing, revenue manager). Al tempo stesso si presentano nuove prospettive occupazionali e di carriera in seguito alla crescente richiesta di competenze più evolute per mansioni più complesse e di figure fino a poco tempo fa “inesistenti” (Data Scientist, Demand Manager, Destination Manager, Guest Experience Manager, ecc.). La velocità dei cambiamenti richiederà una formazione continua degli operatori del settore, nonché l’individuazione di figure professionali in grado di confrontarsi con nuovi strumenti di analisi e nuove forme di comunicazione. L’approccio alle competenze evolverà allora da un inventario di competenze e profili classificati secondo schemi rigidi a un quadro di competenze e dei profili dinamico e flessibile.
Il Piano Strategico del Turismo, per accrescere la competitività del sistema turisitico, punta al “potenziamento delle attività formative, sia nel ciclo secondario che nella formazione manageriale”, favorendo la diffusione di metodologie innovative di formazione. Non solo formazione in aula, bensì percorsi il più possibile individualizzati in tutti i segmenti del sistema formativo, da quello degli istituti professionali all’alta formazione universitaria e post-universitaria, nonché l’adozione di sistemi di formazione continua e sviluppo delle cd “soft skill” anche per la formazione degli imprenditori.
L’avvio di un processo di co-progettazione e gestione dell’offerta formativa, congiuntamente tra MIBACT, MIUR e le varie espressioni del mondo operativo sarà necessario per porre le basi di un sistema di formazione in grado di garantire continuità ed efficacia del percorso ai vari livelli (Istituti professionali, Università e Corsi di alta formazione) ed una formazione degli operatori adeguata alle esigenze del mercato.