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Turchia destinataria dei nostri rifiuti

Turchia“Pronto? Uno straniero ha preso in affitto il mio terreno e lo ha riempito di rifiuti. Poi è sparito”. Deve essere andata più o meno così la telefonata, all’inizio di settembre, fra il proprietario di una fattoria e Greenpeace. Ma il dialogo è avvenuto in turco. Lo straniero, secondo la testimonianza – certamente da verificare – sarebbe un imprenditore italiano. Lo scorso 4 settembre, dopo un’indagine congiunta di Greenpeace Italia e Greenpeace Turchia, l’associazione ambientalista ha sporto denuncia per l’abbandono di rifiuti a Kemalpaşa, a 30 chilometri da Smirne, appunto in Turchia. Si tratterebbe di circa 500 tonnellate di materiali per lo più pressati e raccolti in balle, come quelle che escono dalle piattaforme di trattamento e selezione dei rifiuti prima di essere avviati al riciclo. Si tratta, spiega Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, di rifiuti «verosimilmente provenienti dalla raccolta differenziata urbana italiana. Sono infatti chiaramente visibili etichette in italiano appartenenti a diverse marche presenti nel nostro Paese». Le foto delle balle diffuse dall’associazione mostrano plastica da imballaggi insieme a sfridi e altri rifiuti di varia natura, e anche rifiuti fasciati da teli di plastica verde, come le famigerate ecoballe. 
Da quando, a gennaio 2018, la Cina ha bloccato l’import dei rifiuti da riciclare di bassa qualità, la Turchia è diventata una delle nuove destinazioni di quegli scarti, insieme a Malesia, Thailandia, Vietnam, Indonesia e India. L’Occidente, incapace di correggere in pochi mesi l’handicap di uno sviluppo fondato sulla produzione crescente di spazzatura e sulla disponibilità di Paesi “discarica”, ha infatti trovato nuove destinazioni verso le quali dirottare questi flussi: materiali che passano le frontiere etichettati come riciclabili ma che spesso sono di qualità così bassa da non essere trattabili. Anche così si spiegano le balle di Kemalpaşa: da una parte imprese occidentali ansiose di liberarsi di materiali che portati in discarica o a incenerire rappresentano un costo; dall’altra soggetti che facendo leva sul dumping ambientale e sociale riescono a trarre valore anche da quei “rifiuti dei rifiuti”.
La Turchia, secondo i dati diffusi da Greenpeace, è passata dalle 4.000 tonnellate di rifiuti di plastica al mese importate nel 2016 alle 20.000 del 2018. Parte dei quali sono italiani: insieme a Malesia e Vietnam, la Turchia è infatti una delle principali destinazioni dei nostri rifiuti in plastica da riciclare. Per questo l’associazione, dopo la denuncia dell’agricoltore di Smirne, ha chiamato in causa il ministero dell’Ambiente turco chiedendo di bloccarne l’import.
Le foto che ritraggono la fattoria di Kemalpaşa invasa di scarti non bastano a dimostrare che quelle balle arrivino tutte dalla raccolta differenziata italiana. Del caso si è occupata anche la commissione parlamentare d’inchiesta sul Ciclo dei rifiuti, che tramite i suoi uffici ha svolto i primi accertamenti e informato l’autorità giudiziaria. «I rifiuti tendono sempre a percorrere la rotta che fa guadagnare di più: l’obiettivo dei trafficanti è massimizzare i profitti, senza curarsi delle regole e dei gravi costi ambientali e sociali – ha dichiarato a Nuova Ecologia il presidente della commissione Stefano Vignaroli (M5s) – Oltre alla Terra dei fuochi italiana ci sono molte altre aree del globo dove i rifiuti del nostro Paese negli anni sono finiti illegalmente: in Africa, Cina, Estremo Oriente. Smaltimenti irregolari che hanno impatti ancora più pesanti perché spesso avvengono in Stati dove la normativa ambientale e la forza di controllo e contrasto per identificare e bloccare questi flussi non sono sufficienti».

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