Trump contro i nativi americani

La sua azione politica  si basa sul disprezzo delle culture indigene e delle loro credenze religiose. Un’ostilità, quella del presidente degli Stati Uniti, cominciata negli anni Novanta. E che ha a che fare con le sale da gioco “Fuoco agli indiani”

Donald Trump e indigeni

di ALESSANDRO MICHELUCCI

La storia recente degli indiani nordamericani è segnata da un paradosso: pur essendo cittadini di un Paese che occupa quotidianamente le prime pagine, l’interesse mediatico nei loro confronti è quasi nullo, con l’ovvia eccezione degli Stati Uniti.
Uno sguardo più attento, però, rivela che si tratta di un paradosso solo apparente, perché in realtà questo disinteresse ha motivazioni precise. Il complesso intreccio di interessi politici, economici e militari che legano gran parte del mondo agli Usa ha creato quella sudditanza psicologica che il regista Wim Wenders ha sintetizzato perfettamente in poche parole: “Gli americani hanno colonizzato il nostro subconscio”. Questo è particolarmente visibile in Europa. Nel momento in cui Vecchio continente e Stati Uniti vengono percepiti come parti complementari di un unico complesso politico-militare, l’Occidente, il silenzio sui problemi che travagliano gli indiani diventa naturale. Il fenomeno è così radicato che non conosce eccezioni neanche quando la politica di Washington nei confronti della questione indiana potrebbe aumentare i meriti del presidente in carica, come nel caso di Obama, o fornire argomenti polemici incontestabili, come ora con Trump.

Vecchie ruggini
Alla fine degli anni ‘70 Donald Trump, poco più che trentenne, è uno dei maggiori immobiliaristi di New York. Successivamente espande la propria attività ad Atlantic City, dove acquista o costruisce numerosi alberghi e sale da gioco. I suoi primi contrasti con i nativi americani risalgono ai primi anni ‘90. Trump comincia a temere la concorrenza dei casinò che stanno nascendo in varie riserve grazie all’Indian gaming regulatory act (Igra), firmato nel 1988 da Reagan. Nel 1993 il magnate cerca di screditare le tribù che hanno aperto le prime sale da gioco: “Non mi sembrano neanche indiani” afferma davanti al Congresso, sostenendo che certi imprenditori si fingono indiani per poter espandere la propria attività nelle riserve. Il contrasto riemerge nel 2000, quando i nativi gestiscono ormai il 25% delle sale da gioco nel Paese. I Mohawk della riserva di St. Regis annunciano la prossima apertura di un casinò nella regione dei Monti Catskill, a nord di New York. Un’intensa campagna mediatica cerca allora di screditarli, dipingendoli come mafiosi e spacciatori di droga. Le inserzioni sono pagate da un misterioso Institute for law and safety, che poi risulterà legato a Trump. Come documenteranno i media americani negli anni successivi alla sua elezione, è grazie a questi precedenti se l’ostilità di Trump nei confronti degli indiani si manifesterà in due modi diversi: da una parte utilizzando i poteri derivanti dalla carica presidenziale, dall’altra con affermazioni e comportamenti legati a momenti particolari. Sarà proprio il rancore personale a ispirare la sua azione politica.

L’eredità di Jackson
Fra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI si affermano in varie parti del mondo personaggi politici che provengono dal mondo imprenditoriale e finanziario: Silvio Berlusconi in Italia, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Rafīq al-Ḥarīrī in Libano, solo per fare qualche esempio. La loro azione politica è fortemente condizionata dai rapporti che li legano all’ambiente di provenienza. Il magnate americano si inserisce a pieno titolo in questo nuovo panorama. Donald Trump jr, candidato repubblicano, viene eletto presidente degli Stati Uniti il 6 novembre 2016 ed entra in carica il 20 gennaio dell’anno successivo. È il quarantacinquesimo inquilino della Casa Bianca, il primo che non ha già ricoperto cariche politiche o militari. Dati i precedenti suddetti, le nazioni indigene hanno poco di buono da aspettarsi da lui. La vittoria di Trump, scrive Gyasi Ross su l’Indian country today a pochi giorni dalla vittoria elettorale del magnate, “rappresenta la minaccia più grande per i rapporti fra gli indiani e il potere federale. Non vorrei drammatizzare, ma una cattiva amministrazione federale può cancellare lo status politico e legale delle nazioni indigene”. Il giornalista non si limita a manifestare i propri timori, ma cerca di delineare una strategia per limitare gli effetti dannosi che prevede. Il nuovo presidente conferma le previsioni di Ross mostrando subito con chiarezza la propria ostilità nei confronti degli indiani. Il neopresidente è appena arrivato alla Casa Bianca quando ordina che venga appeso nel suo studio un ritratto di Andrew Jackson, settimo presidente degli Stati Uniti (1829-1837). Raffigurato sulla banconota da 20 dollari, Jackson è generalmente considerato il presidente che ha attuato la politica più spietata nei confronti degli indigeni. A lui si deve l’Indian removal act (1830), col quale varie tribù vennero deportate in modo che le loro terre potessero essere occupate dai latifondisti degli Stati del Sud. Gli indiani ricordano questa tragedia come trail of tears, il sentiero delle lacrime. Poche settimane dopo Trump conferma la propria ammirazione per Jackson visitando, in occasione dell’anniversario della nascita, la sua casa di Nashville.

Una dichiarazione di guerra
Come Trump ha già annunciato in campagna elettorale, uno dei cardini della sua azione politica è quello che si riassume nel concetto di energy dominance, l’autosufficienza energetica basata sullo sfruttamento dei combustibili fossili. Questo implica una netta inversione della politica attuata dall’amministrazione precedente. Il primo giugno 2018 gli Stati Uniti si ritirano così dagli accordi di Parigi sul clima firmati da Obama nel 2016. Ad agosto, coerente con questo indirizzo, Trump cancella il Clean power plan varato dal suo predecessore, che prevedeva una drastica riduzione delle emissioni entro il 2030 grazie all’uso crescente di energie rinnovabili. Secondo le nuove norme, ogni Stato potrà fissare le proprie regole e decidere autonomamente eventuali tetti alle emissioni. La nuova politica energetica si traduce anche in misure che danneggiano le comunità indigene. Il 24 gennaio 2017, cioè pochi giorni dopo essere entrato in carica, Trump firma gli ordini esecutivi per far riprendere la costruzione di due grandi oleodotti, Keystone XL e Dakota access pipeline (Dapl), entrambi interrotti dalla moratoria disposta da Obama. Il primo oleodotto parte dal Canada e prosegue negli Stati Uniti, dove interessa Montana, North e South Dakota. In vari punti tocca alcune riserve indiane o ci passa a breve distanza. Le comunità coinvolte – Assiniboine, Gros Ventre e Sioux – temono che l’oleodotto possa danneggiare le falde acquifere e siti considerati sacri. Il Dapl, che invece interessa la riserva sioux di Standing Rock (North Dakota), è costruito da una compagnia che ha fra gli azionisti lo stesso Trump. Contro l’oleodotto si mobilitano attivisti indigeni, ecologisti, attori e cantanti di tutto il mondo. Invano. Entra in funzione il primo giugno 2017. Un altro caso paradigmatico è quello che riguarda il Bears ears national monument, un’area protetta situata nello Utah. Istituita da Obama nel 2016, questa area di 5.400 km2 riveste un grande significato per i popoli nativi dell’area, fra i quali Navajo, Pueblo e Ute, e include siti archeologici di grande valore. Nell’aprile 2017, in seguito a pressioni del suo partito, Trump dispone che venga riesaminata la posizione di 27 monumenti nazionali, incluso il Bears ears. Secondo le valutazioni dei tecnici, l’area deve essere ridotta dell’85%. La protesta indiana, guidata dall’avvocato navajo Ethel Branch, si dimostra inutile: a fine 2017 l’area viene effettivamente ridotta a 817 km2.
Insomma, la linea politica di Donald Trump si basa sul più totale disprezzo delle culture indigene e delle loro credenze religiose ed è destinata a trionfare se combattuta nel nome della dicotomia destra/sinistra. Oggi il vero discrimine è costituito dalla giustizia sociale, dai diritti delle minoranze, dalla difesa dell’ambiente, dai rigurgiti di colonialismo che si manifestano in varie parti del pianeta. Solo così sarà possibile costruire un futuro non più fondato sulla religione del profitto e sul diritto del più forte.