Truffatori in campo

Prodotti coltivati all’estero con ogm o pesticidi, fondi destinati al bio percepiti illecitamente, certificazioni false. Ispettorato del Mipaaf, Guardia di finanza e Carabinieri dei Nas vigilano su un settore che stuzzica gli appetiti criminali. In attesa del decreto che cambierà i controlli

Vale la pena cominciare dai numeri per avere un quadro esatto della minaccia rappresentata dal “falso bio”. Su 2.690 controlli effettuati nel 2016 dall’Ispettorato repressione frodi del ministero delle Politiche agricole (Icqrf) è risultato irregolare il 7,4% degli operatori e il 5,7% dei prodotti. Olio d’oliva, cereali e ortofrutta le produzioni maggiormente controllate, mentre ammonta a oltre un milione e mezzo di euro il valore della merce sequestrata. A fronte di 100 controlli eseguiti, sempre lo scorso anno, dai Carabinieri dei Nas, sono 17 le situazioni “non conformi”, dalla purea di pera dichiarata “biologica” ma contenente fitosanitari proibiti al commercio di carne “bio” proveniente da animali trattati con antibiotici. Tredici le persone segnalate all’autorità amministrativa, due all’autorità giudiziaria, diciotto le sanzioni amministrative disposte, due quelle penali, per un valore complessivo dei sequestri di 1,3 milioni di euro.

Numeri tutto sommato rassicuranti rispetto alle dimensioni che ha assunto il mercato del biologico in Italia. Ma può bastare anche una sola truffa per distruggere la reputazione di un intero settore. Soprattutto se ha le dimensioni, questa volta impressionati, di quella accertata dalla Guardia di finanza e dall’Icqrf con l’operazione “Vertical bio”. Il processo è in corso nella aule del Tribunale di Pesaro. E i reati vanno dall’associazione a delinquere alla frode nell’esercizio del commercio. Ma i primi passi della più rilevante operazione contro il falso biologico degli ultimi anni risalgono al 2013. E le denunce di Federbio, parte offesa nel procedimento penale, sono ancora precedenti.

A finire sotto accusa sono state due vere e proprie organizzazioni criminali, secondo gli inquirenti, composte da 33 fra imprenditori e responsabili di organismi di certificazione, che gestivano le importazioni nel nostro Paese di granaglie destinate al comparto zootecnico e all’alimentazione umana, per rivenderle a ignare aziende europee. Prodotti non soltanto privi dei più elementari requisiti per la qualificazione come “bio”, ma che in alcuni casi erano addirittura ottenuti col contributo di ogm o contaminanti chimici come il glifosato, con concentrazioni superiori anche a quelle consentite per le coltivazioni convenzionali.

Sotto il controllo degli importatori, in Paesi “strategici” come Moldavia, Ucraina e Kazakistan venivano create aziende produttrici, affiancate da compiacenti organismi di controllo “paralleli”, nazionali ed esteri, incaricati di svolgere le verifiche necessarie alla certificazione bio. Una filiera, insomma, interamente controllata dal sodalizio criminale, che si avvaleva di falsa documentazione e di funzionari esteri disposti a chiudere un occhio. E che soprattutto era capace di ottenere enormi profitti. In alcuni casi l’import veniva triangolato mediante una società maltese creata ad hoc: le merci provenienti dalle società ubicate in territori extra Ue venivano in questa maniera “europeizzate”, evitando ulteriori controlli e certificazioni. Così, dal 2007 al 2013, le imprese coinvolte sono riuscite a importare in Italia un quantitativo di falsi prodotti bio – mais, soia, grano, colza e semi di girasole – pari a 350.000 tonnellate, per un fatturato stimato in 126 milioni di euro. Il valore complessivo dei beni, immobili e mobili, sequestrati dalle forze dell’ordine ammonta a oltre 24 milioni di euro. Sono invece 2.412 le tonnellate di falsi prodotti bio sequestrate nelle varie fasi dell’indagine.

Il problema delle false certificazioni non è legato solo alle importazioni di prodotti agricoli spacciati per biologici da Paesi dove non è in vigore un sistema di controlli come quello europeo. In molti casi le truffe hanno origine sul territorio nazionale e sono decisamente meno sofisticate di quella appena raccontata. Come quella svelata con l’operazione “Riso amaro”, anche questa condotta dalla Guardia di finanza, che a novembre 2015 ha portato al sequestro di 3.800 tonnellate di falso riso biologico. Per aumentare le rese, sei imprenditori del vercellese hanno pensato bene di utilizzare diserbanti non ammessi in agricoltura biologica. Un altro fronte aperto è quello dei finanziamenti pubblici destinati all’avvio e allo sviluppo di colture biologiche. Qui il caso più eclatante è quello di un imprenditore della provincia di Catanzaro, che era riuscito a intascarsi la bellezza di 970.000 euro senza neanche degnarsi di far finta di coltivare un campo.

Situazioni particolarmente esecrabili perché mettono a rischio la credibilità stessa di un settore sempre più rilevante in chiave economica ma anche dal punto di vista etico, ambientale e sociale, come Nuova Ecologia racconta in questa storia di copertina. Frodi finite nel mirino del nuovo “decreto controlli”, approvato lo scorso giugno dal Consiglio dei ministri e ora al vaglio delle commissioni parlamentari di Camera e Senato. Un decreto che vuole provare a contrastare il conflitto di interessi fra controllori e controllati per accrescere la credibilità dei produttori e degli enti certificatori. A vantaggio del bio, della qualità. E soprattutto a tutela dei consumatori.