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Tropici d’Italia

avogado-siciliaAlluvioni, frane, trombe d’aria, ondate di calore. Eventi estremi tipici delle latitudini tropicali colpiscono sempre più un’Italia fragile e impreparata ad affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici, con le temperature medie che aumentano senza tregua. Il 2016 ha battuto il 2015 come anno più caldo di sempre, da quando cioè si è cominciato a misurare la temperatura del pianeta. Durante la Cop22 di Marrakech, in Marocco, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha rilanciato l’allarme: da gennaio a oggi le temperature medie della superficie terrestre hanno superato di 0,88° C quelle del periodo 1961-1990 e di circa 1,2° C quelle pre-industriali. E lo Stivale mostra già le sue ferite. Il nostro viaggio nei tropici d’Italia comincia dai luoghi in cui fa più freddo, ma che per primi sono colpiti dall’aumento delle temperature: i ghiacciai alpini.

foto di S.Alberti e G. Neri
Lo scioglimento del ghiacciaio di Fellaria, in Val Malenco, è evidente nelle foto storiche scattate dalla stazione fotografica del Servizio glaciologico lombardo (foto di S.Alberti e G. Neri)

Caldo in alta quota
Nei luoghi stravolti dai cambiamenti climatici si può fare addirittura escursionismo. Come sul ghiacciaio di Fellaria in Val Malenco, nelle Alpi centrali, dove lungo il sentiero glaciologico “Luigi Marson” si possono osservare gli spazi enormi lasciati liberi dal progressivo e inarrestabile scioglimento. «Grazie a pannelli esplicativi, con foto di appena trent’anni fa, si può capire quanto e perché il ghiacciaio si sia sciolto e il paesaggio sia cambiato – spiega Andrea Toffaletti del Servizio glaciologico lombardo – I ghiacciai sono fedeli indicatori del clima e nonostante ci siano stati inverni con una nevosità superiore alla media, negli ultimi 25 anni quelli italiani non superano indenni il caldo estivo, che fonde anche quei ghiacciai una volta detti “perenni”. La velocità di scioglimento di questi anni non è mai stata registrata da quando, alla fine dell’Ottocento, sono cominciate le rilevazioni. Parliamo di riduzioni frontali ogni anno di 20-30 metri lineari». Nell’ultimo mezzo secolo i ghiacciai italiani hanno perso 157 chilometri quadrati, il 30% della loro superficie, un’estensione pari a quella del lago di Como, come rivelano le misurazioni del “Nuovo catasto dei ghiacciai italiani” aggiornato nel 2015 (l’ultimo censimento era del 1962). Paradossalmente, il numero dei ghiacciai censiti è aumentato, passando da 835 a 903, ma non è una buona notizia perché alcuni, riducendosi, si sono frammentati. E a frammentarsi, o scomparire, sono anche i laghi alpini. Quello del Miage, alimentato dalle acque dell’omonimo ghiacciaio sul massiccio del Monte Bianco, in Valle d’Aosta, è famoso per la sua dinamica di svuotamento e riempimento ma da alcuni anni si presenta frammentato in tre laghetti distinti. Sotto gli effetti dell’aumento delle temperature si “rompono” anche le Alpi. «In estate – riprende Toffaletti – si verificano crolli dovuti allo scioglimento del permafrost che riveste gli interstizi delle rocce e fa da collante. Un danno anche per il turismo estivo, visto che molte vie ghiacciate diventano pericolose e non vengono più percorse».

Laghi senz’acqua
In Sardegna il lago Omodeo, il bacino più grande dell’isola, si sta prosciugando a vista d’occhio, tanto che sulle rive è ricomparso l’antico nuraghe di Urasala. Il Po vede progressivamente ridursi la sua portata e soffre il cuneo salino che risale dal suo delta. «Le zone umide sono habitat mediamente più fragili degli altri e sono molto esposti agli effetti dei cambiamenti climatici, come l’alterazione delle temperature massime e del regime pluviometrico – spiega Lorenzo Ciccarese, ricercatore Ispra e in passato membro dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni unite – Allo stesso modo soffrono le zone umide costiere del Mezzogiorno, dove l’aumento della siccità riduce i periodi di inondamento degli stagni temporanei. L’incremento del livello del mare, poi, minaccia gli habitat salmastri e provoca un degrado della vegetazione, che può innescare erosione, inondazioni e variazioni della qualità delle acque».

omodeo-nuraghe

Cambio di clima a tavola
L’aumento delle temperature colpisce anche le produzioni agricole di qualità. «I cambiamenti climatici hanno avuto già effetti sulle produzioni, come l’anticipo della fioritura e della maturazione dei frutti – racconta Ciccarese – Questo incide sui nostri vini pregiati, come Barolo, Amarone, Nebbiolo e Chianti, che subiscono un’alterazione nel contenuto di zuccheri, e nel rapporto fra acido citrico e malico, da cui scaturiscono le proprietà organolettiche». Il cambio di clima costringerà a modificare tutti i rigidi disciplinari di produzione, che dicono a quale quota deve essere il vigneto e in quali date fare la vendemmia. Un’altra produzione vinicola che segue l’aumento delle temperature è quella del prosecco: l’area di produzione è cresciuta tantissimo, non solo per gli investimenti delle imprese ma perché oggi sono disponibili zone di media e alta quota che trenta o quaranta anni fa non potevano ospitare questi vigneti. «I cambiamenti climatici danno luogo a vere e proprie “trasgressioni” delle specie – aggiunge Ciccarese – Si tratta di migrazioni verso nord e verso quote più elevate. Si ipotizza che per ogni grado centigrado di temperatura in più una specie sale di 100 metri o di 100 km verso nord». In Sicilia negli ultimi anni crescono frutti tropicali come il mango, raccolto da agosto a dicembre, e l’avogado, raccolto da dicembre fino a primavera. Non sono il vezzo di agricoltori eccentrici, come non lo è l’uva coltivata a 1.200 metri in Valle d’Aosta, ma prodotti concreti del cambio di clima, che modifica anche i modelli di patogenicità di funghi e batteri. E altera il ciclo di vita di alcuni insetti, cambiando così il rapporto fra ospite e parassita. Questo spiegherebbe la virulenza della mosca dell’olivo: negli ultimi anni la deposizione delle uova avviene in un periodo diverso rispetto a quello tradizionale, in cui la pianta potrebbe essere meno resistente.

Minacce tropicali
I carrubi della maga Circe, sul promontorio laziale del Circeo, e quelli di Montalbano, in Sicilia, sono attaccati da un insetto tropicale, lo xylosandrus compactus, coleottero originario del Sudest asiatico segnalato anche in Campania, Toscana e Liguria. «Nel ragusano ci sono infestazioni massicce di xylosandrus compactus che potrebbero far cambiare il paesaggio – racconta Giuseppe Campo, agronomo del servizio fitosanitario della Regione Sicilia – Siamo preoccupati perché il carrubo per noi è simbolo della cultura e del paesaggio più dell’olivo». Il coleottero scava gallerie sotto la corteccia e nei primi strati del legno dove si sviluppano le larve. Se l’attacco è pesante, i rami si seccano. «Il carrubo non è mai stata una pianta ospite di questo coleottero fino a una segnalazione di qualche anno fa a Capri – continua Campo – È l’uomo a favorire il trasferimento degli insetti da un’area all’altra del mondo, ma se una specie tropicale trova da noi piante che hanno subito uno stress termico o vissuto inverni miti con precipitazioni più basse rispetto alla media, come sta avvenendo in Sicilia, trova terreno fertile e attacca».

Habitat in rosso
L’arrivo delle specie aliene non compensa però la perdita di biodiversità nelle nostre acque e nei nostri territori. «Gli Appennini e le Alpi – riprende il climatologo Ciccarese – sono fra le zone europee più vulnerabili, con una perdita di specie stimata circa al 60% entro il 2100». A forte rischio gli uccelli che vivono sulle Alpi: spioncello, sordone, fringuello alpino, codirosso spazzacamino, civetta nana e capogrosso. «Nei prossimi decenni – conclude Ciccarese – di fronte al mutare delle condizioni climatiche potrebbe non essere più efficace il nostro sistema di protezione degli habitat. Aree protette ora interconnesse da corridoi naturali o artificiali rischiano di rimanere isolate per specie che non tollerano le nuove condizioni». E difendere il tesoro di biodiversità custodito dal Belpaese sarà sempre più difficile.

LE CIFRE

  • +0,88° C le temperature medie della superficie terrestre rispetto al periodo 1961- 1990
  • +1,2° C l’aumento delle temperature rispetto a quelle preindustriali

  • 157km2 la riduzione dei ghiacciai italiani (-30%) dal 1962 al 2015
Francesco Loiacono
Direttore La Nuova Ecologia. Giornalista ambientale autore di inchieste su dissesto idrogeologico, inquinamento industriale, bonifiche e amianto. Email: direttore@lanuovaecologia.it Twitter: @francloia

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