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“Trenta e lode con riserva”: il 6 dicembre 1991 fu approvata la legge sui Parchi

Dopo tre decenni di applicazione della legge quadro sulle aree protette, il territorio italiano tutelato è passato dal 3 all’11%. Un successo che racconta tante storie virtuose. E spinge ad aggiornare la norma per raggiungere il 30% entro il 2030

Dal mensile di dicembre. Un Paese più protetto, che ha iniziato a riscoprire le sue riserve di natura andando oltre la loro tutela per metterle al centro di percorsi di rigenerazione di territori, economie e tessuti sociali. Sono serviti a questo, e a tanto altro, trent’anni di attuazione della 394/91, la legge quadro sulle aree protette. Dalla sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale il 6 dicembre 1991, la mappa dell’Italia si è via via cosparsa di chiazze verdi. In tre decenni, per effetto di una strategia mirata finalmente a una maggiore collaborazione tra politiche centrali e regionali, il sistema integrato delle aree protette è passato dal 3 all’11% del territorio nazionale. In totale oggi le aree protette, tra Parchi nazionali e regionali, riserve e Aree marine, sono 871 con oltre 3 milioni di ettari tutelati a terra, circa 2.850.000 ettari a mare e 658 km di costa.

La rinascita del camoscio

Sono centinaia i pezzi del nostro Paese che con questa norma sono rinati, e con essi specie vegetali e animali che, se lasciati in balia dell’incuria, sarebbero andati incontro all’estinzione. È il caso del camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata). Intorno al 1890 sul Gran Sasso, nell’area che nel 1922 sarebbe diventata Parco nazionale d’Abruzzo, ne era rimasta una sola popolazione con non più di 40 esemplari. Dal 1990 l’innesto di due nuove colonie è stato il seme da cui poi, con la legge 394/91, sono germogliati i nuovi Parchi nazionali della Majella e del Gran Sasso-Monti della Laga. Franco Mari, biologo e membro del comitato scientifico di Legambiente, ha seguito questa rinascita sin dagli inizi. «Da lì il camoscio è stato portato anche sui Monti Sibillini e sul massiccio del Velino – racconta – Siamo così arrivati a cinque popolazioni sopra i duemila capi». La nuova sfida da affrontare per la tutela di questa specie è, adesso, quella della crisi climatica. «L’innalzamento del limite del bosco sta creando problemi a tutte le specie montane, soprattutto quelle d’alta quota come il camoscio che sopporta a fatica questi cambiamenti. È un “regalo” dei nostri tempi e dobbiamo capire cosa fare per la conservazione di questa specie».

Il Parco della legalità

Altrove l’istituzione di aree protette ha invece interrotto situazioni di illegalità incancrenite. Per anni reggia del boss della camorra Raffaele Cutolo, il Palazzo Mediceo di Ottaviano è oggi la casa del Parco nazionale del Vesuvio, l’argine alla speculazione edilizia che tra gli anni Sessanta e Settanta aveva assalito indisturbata le pendici del vulcano. «Venticinque anni dopo possiamo dire di aver vinto questa battaglia – spiega Stefano Donati, direttore del Parco nazionale del Vesuvio – Sono stati debellati gli interessi economici forti che puntavano a consumare territorio. Continuiamo a fare i conti con l’eredità pesante di abusi edilizi ancora non sanati. Ma se all’inizio il Parco era principalmente un controllore del territorio, adesso è divenuto la cabina di regia per lo sviluppo di progetti di sostenibilità ambientale ed ecologica». Molte di queste iniziative sono partite dopo l’incendio doloso del 2017 che ha attraversato quasi 3.000 ettari di bosco. «Da quelle ceneri siamo ripartiti con il “Grande progetto Vesuvio” per la bonifica delle aree incendiate e il ripristino dei sentieri con info point, piste ciclabili e percorsi ippoturistici, finanziati in gran parte dai proventi della gestione del cratere». Il risultato è che oggi il Parco è il secondo sito della Campania più visitato, secondo solo agli scavi di Pompei, con 760.000 ingressi prima del Covid. E a raccoglierne i frutti è stata anche l’imprenditoria locale, che gode di questa splendida vetrina per mettere in mostra prodotti tipici locali come il pomodoro del Piennolo e le albicocche.

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Patrimonio dell’umanità

Con i suoi 3.860 ettari quello delle Cinque Terre è il Parco nazionale più piccolo d’Italia nonché il più densamente popolato, con circa 4.000 abitanti. Dalla sua fondazione, nel 1999, il ruolo del Parco locale e della contigua Area marina protetta è quello di preservare il  delicatissimo equilibrio tra le coltivazioni a terrazza e la natura. «I muretti a secco fanno bene al clima, al turismo e alla viticoltura di qualità – sottolinea il direttore del Parco, Patrizio Scarpellini – Se prima c’era un fenomeno di abbandono dei terrazzamenti, con il riconoscimento Unesco del 1997 ne è stata riscoperta l’importanza, che non è solo per l’economia locale ma anche per preservare la biodiversità e garantire l’assetto idrogeologico del territorio». Come ha dimostrato l’alluvione del 2011, quando i terreni coltivati hanno retto l’urto delle bombe d’acqua mentre quelli abbandonati sono franati sui centri abitati. «Da allora è nato un movimento per il recupero dei terrazzamenti – prosegue Scarpellini – cercando di mantenere l’originaria architettura del paesaggio, ad esempio mettendo a disposizione per i terrazzamenti i pali in legno in modo che non vengano sostituiti da quell in cemento, e supportando il lavoro degli anziani con incentivi al lavoro giovanile. Inoltre, convivendo con le variazioni del meteo abbiamo attivato un gruppo di geologi che, dopo ogni allerta, verifica che i sentieri siano percorribili e se servono interventi di manutenzione». In questo angolo di costa ligure da cartolina, invaso da 3,5 milioni di turisti  l’anno prima della pandemia, l’obiettivo è far sì che gli afflussi di massa non snaturino l’identità del territorio e i suoi ritmi naturali. Altrimenti al posto delle abitazion rimarrebbero presto solo bed and breakfast e affittacamere.

Obiettivo 30 per cento

Le storie da raccontare dell’Italia “protetta” dalla 394/91 sono tante altre. Nel Parco nazionale dei Monti Sibillini la fioritura della Piana Castelluccio di Norcia prosegue in modo genuino senza soffrire la pressione turistica. Alle faggete mediterranee, le più antiche d’Europa e anch’esse patrimonio Unesco, si prova a garantire un riparo – non senza difficoltà, come hanno evidenziato gli incendi dell’ultima estate – nei parchi delle Foreste Casentinesi, d’Abruzzo Lazio e Molise, del Pollino, dell’Aspromonte e del Gargano. Sempre nel Gargano, un centro di recupero di Legambiente offre un approdo sicuro alle tartarughe marine. Nell’Alta Murgia è grazie all’istituzione del Parco se non si pratica più lo spietramento dei terreni che serviva per far spazio alle coltivazioni industriali. C’è poi l’isola carcere dell’Asinara, “liberata” e finalmente meta di nuove formule di ecoturismo. E ci sono i brand, come quello globale della dieta mediterranea, battezzata proprio nei territori che sono parte del Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. «Trent’anni fa avevamo solo 5 Parchi nazionali, oggi sono 24 – commenta Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi – Così come sono aumentate le Aree marine protette e i Parchi regionali. Ma come tutte le leggi, anche questa non è più adeguata». Sull’applicazione della 394 pesano, tra i vari aspetti, le farraginosità legate alla gestione degli enti e, nella fattispecie, le nomine degli organismi direttivi impigliate in burocratismi che, di fronte all’incalzare delle sfide che si presentano per la crescita delle aree protette, non possono essere più sopportate. «In trent’anni sono stati tanti e lunghi i periodi di Parchi senza presidenti, senza consigli direttivi, senza direttori, perché le modalità di selezione e nomina di queste figure sono molto complicate – conclude Sammuri – I Parchi, soprattutto adesso, hanno bisogno di stabilità e di continuità di governo». Nel 2020 l’Onu ha lanciato una nuova mission, ovvero mettere sotto tutela almeno il 30% delle superfici emerse e degli oceani di tutto il mondo per stabilizzare di qui al 2030 il tasso di perdita di biodiversità e consentire agli ecosistemi di rigenerarsi e ritrovare un equilibrio entro il 2050. Anche l’Italia dovrà fare la sua parte. Alla politica il compito di spingere la legge, che tanto ha fatto in questi anni, a cambiare passo. Altrimenti le nostre Aree protette rimarranno bloccate nell’ultimo trentennio.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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