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Arte in carrozza

Mezzo di libertà, macchina di abbandoni, separazioni e ritorni. Il treno ha ispirato scrittori, poeti e registi. Nell’attesa, dentro e fuori i convogli si può scrivere la nostra vita

Dal mensile di gennaio – Mettere dentro a un titolo la parola “treno” garantisce una magia di cui i romanzi si nutrono in maniera talvolta bulimica. Anni fa un grande teorico della letteratura, Remo Ceserani, lo aveva usato come termine di studio (Treni di carta. L’immaginario in ferrovia: l’irruzione del treno nella letteratura moderna, Bollati Boringhieri). Per noi semplici e curiosi lettori, basta digitare su un qualsiasi negozio online di libri la parola “treno” per trovarsi davanti una sfilza di titoli. Il prolifico Simenon ci è ricorso più volte, ma è incredibile quanti scrittori abbiano almeno bissato un titolo. Che la parola, poi, abbia accessi “gialli” lo dimostrano la Christie, prima, e la Highsmith, dopo. Insomma, dici “treno” e scatta il detective; dici “giallo” e scatta il treno, come aveva capito quel gran genio di Walter Benjamin, che gli ha dedicato un Leggere romanzi polizieschi in treno (Henri Beyle). Insomma, le combinazioni sono infinite sia nel guardarlo da fuori, impressionati dalla potenza del “carro del foco” carducciano o dall’attesa spasmodica di un caro in arrivo, di un caro in addio e dalla triste epopea delle tradotte verso i campi di concentramento, che salvo l’ironia del film di Radu Mihăileanu Train de vie, per tornare alla pellicola, hanno consegnato del treno un’immagine lugubre e senza ritorno. Poi c’è un treno visto da dentro. Un treno carico di storie e pendolarismo sofferto, talvolta estenuato. Lo racconta in La vicevita (Einaudi) Valerio Magrelli, uno dei più grandi poeti viventi, a cui non è sfuggita nel pendolarismo una delle avventure umane più cariche di sopportazione e sorprese.

Attorno al treno, all’attesa dentro e fuori, ai passaggi al livello, si potrebbe scrivere la nostra vita nel frattempo. Un “frattempo” talvolta un po’ situazionista, fatto di imprevisti che costano ore non rimborsabili o magie come quella dell’esperimento di John Cage. A fine giugno 1978 il compositore americano realizzerà, su un’idea di Tito Gotti, un evento musicale basato sulla sonorizzazione di un treno appositamente allestito dal Teatro Comunale di Bologna nel corso di tre momenti differenti e lungo linee poco trafficate delle vecchie FS emiliano-romagnole. Nasce così Alla ricerca del silenzio perduto – Il treno.

Attorno al treno, all’attesa dentro e fuori, ai passaggi al livello, si potrebbe scrivere la nostra vita nel frattempo. Un “frattempo” talvolta un po’ situazionista, fatto di imprevisti che costano ore non rimborsabili o magie come quella dell’esperimento di John Cage

Il fatto che La libertà viaggia in treno (Laterza) l’ha sintetizzato anche nel suo libro Federico Pace, dedicato a quelle tratte evocative per definizione. Londra-Parigi, Venezia-Atene, Nizza-Marsiglia o Porto-Lisbona sembrano condensare già una storia. Figuriamoci in India. Se avete letto Notturno indiano (Sellerio) di Antonio Tabucchi non potete aver dimenticato le cuccette di quel breve romanzo on the road. Uno scenario così tipico da essere finito nel romanzo di Anita Nair Cuccette per signore (Guanda) o nel film di Wes Anderson Il treno per il Darjeeling. I treni indiani hanno qualcosa di magico e conturbante insieme. Un documentario della Bbc racconta un servizio di viaggi “parallelo” e non ufficiale che, a minor prezzo, permetteva ai più poveri, a rischio della vita, di viaggiare su una draisina, il carrello comandato a mano, sfruttando il tracciato dei treni locali.

Anche le stazioni in India sono un repertorio di storie e vicende umane incredibili. Per noi occidentali, mai come in questo caso ,“tratto da una storia vera” è una dicitura essenziale. Chi crederebbe altrimenti a una storia come quella di Saroo Brierley narrata e poi tradotta nel film Lion? Un bambino si perde in una stazione nel centro del Paese, sbaglia treno, fa 1.600 chilometri e arriva a Calcutta e da lì inizia un’odissea che dura quasi un ventennio prima di poter riabbracciare la famiglia perduta per distrazione. Forse è anche per questo che il treno conserva qualcosa di universale e materno. Una macchina di abbandoni, separazioni e ritorni.

Boris Pasternak doveva averlo intuito oltre il racconto de Il dottor Živago. In una sua poesia del 1941, Sui treni del mattino, la canta così quest’uterina versione di uno scompartimento: “Nel caldo afoso del vagone / mi abbandonavo interamente / a uno slancio di innata debolezza / che avevo succhiato col latte”. Nel treno spesso troviamo quel ricovero che imprigiona e salva in un grembo. Una sensazione che forse non rende felici i viaggiatori della quotidianità, ma a chiunque regala wil senso di una pace senza tempo e senza inizio. Ritardi a parte.

1896, con i fratelli Lumière nasce il cinematografo

È il 6 gennaio 1896. A Parigi, Auguste e Louis Lumière proiettano il cortometraggio L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat. Nonostante non sia stato il primo a essere proiettato, il film – muto, in bianco e nero, girato in 35 mm e della durata di circa 45 secondi – sancisce la nascita del cinematografo come intrattenimento. Una storia condita da tanti aneddoti, come quello sulla presunta fuga di molti spettatori impauriti dall’iper realismo delle immagini. E che continua a vivere ancora oggi, a 125 anni di distanza. Nel febbraio 2020 il corto dei fratelli Lumière è rinato su YouTube grazie a una versione restaurata da Denis Shiryaev.

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Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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