Terremoto, tra proroghe e deroghe la ricostruzione va a rilento

Le domande dei privati cittadini per accedere al contributo della ricostruzione nel Centro Italia sono circa il 13% degli edifici stimati inagibili. Le proposte di Legambiente per migliorare l’ultimo decreto del governo

Terremoto Amatrice Centro Italia

di MARIA MARANÒ *

Il governo ha approvato, a distanza di oltre tre anni dagli eventi sismici che hanno colpito il Centro Italia, l’ennesimo decreto (D.L. 123 del 24 ottobre 2019) sempre con l’obiettivo di “accelerare la ricostruzione”. Purtroppo, nonostante si siano succeduti quattro governi di colori diversi e prodotto numerosi e spesso contraddittori interventi normativi, tale obiettivo non si riesce a perseguire, anzi è aumentata la confusione. Le domande dei privati cittadini per accedere al contributo della ricostruzione sono circa il 13% degli edifici stimati inagibili (dato di agosto 2016, nda). Questo è un dato che testimonia la scarsa fiducia nella ricostruzione delle popolazioni colpite più che la lentezza della burocrazia, che chiaramente non manca. La burocrazia non ha un nome e cognome e viene utilizzata come alibi da tutti, a cominciare da chi ne è responsabile.

Anche questo decreto è fatto per lo più di proroghe e deroghe. Continua a mancare un segnale politico forte, continua a mancare un’idea di futuro di quelle aree interne accompagnata da un progetto di sviluppo di economia locale che sappia coniugare le tante risorse naturali e culturali con la necessaria innovazione per rendere quelle terre attrattive per i giovani, offrendo loro opportunità di lavoro e di studio. E’ questa mancanza la principale causa della sfiducia.

Dopo tre anni non si può continuare a prorogare lo stato di emergenza: l’assistenza alla popolazione, la ricostruzione e il rilancio del territorio devono vedere una fase ordinaria fatta di pianificazione e programmazione.  

In questi giorni il decreto è all’esame della Commissione Ambiente della Camera a cui Legambiente ha già presentato le sue proposte.

La norma principale su cui fa perno il decreto, a parte varie proroghe e sacrosante misure che alleviano il carico fiscale delle popolazioni, è l’eliminazione dell’iter istruttorio dei progetti da parte degli Uffici regionali Speciali per la Ricostruzione, delegando in toto ai progettisti le responsabilità tramite l’autocertificazione. Si prevede, a posteriori, un controllo su un risibile 20% delle pratiche che rischia anche di essere solo formale. Più che una semplificazione si introduce una norma che certifica il fallimento dell’intera macchina amministrativa messa in atto per governare la ricostruzione: siccome non si è in grado di farla funzionare, o non si vuole, si alza bandiera bianca e si spinge all’estremo la deregolamentazione. Non possiamo permettercelo, sono in ballo ingenti risorse pubbliche e soprattutto la sicurezza degli edifici che si andranno a ripristinare. Eppure fin da subito era evidente su cosa intervenire e si può intervenire: carenza di personale nei Comuni e negli Uffici Speciali della Ricostruzione, mancanza di adeguata formazione, precarietà e ricambio del personale assunto a tempo determinato, macchina amministrativa indebolita dai continui tagli operati negli ultimi decenni. I piccoli comuni sono sprovvisti di competenze tecniche e potrebbero essere incentivati a condividerle. E si definisca subito, a cura della Struttura Commissariale e degli Uffici Speciali della Ricostruzione, un Vademecum per rendere univoca l’interpretazione della babele di decreti legge, successive modifiche, Ordinanze ministeriali e Commissariali, circolari esplicative di vari Soggetti istituzionali. La responsabilità della sovrapproduzione normativa, della mancanza di un quadro normativo certo e chiaro, è della politica e non già della burocrazia.

E poi, si dia priorità allo sviluppo economico e occupazionale delle aree interne colpite, con una visione unitaria e lungimirante per il futuro di tutto l’Appennino centrale. Se si crea lavoro, se si prospetta un futuro positivo per sé e per i propri figli si è più disponibili ad aspettare la ricostruzione, così come è stato fatto nella ricostruzione del Friuli.  Se lasciamo il tutto nelle mani della burocrazia, senza una spinta ideale e una visione del futuro, è probabile che fra 2-3 decenni le case siano di nuovo in piedi ma nella desertificazione sociale ed economica. 

* segreteria nazionale di Legambiente