mercoledì 25 Novembre 2020

Sviluppo “organico”, l’intervista a Massimo Centemero

Per inquadrare in maniera chiara il momento dell’Italia che differenzia e ricicla, un
osservatorio privilegiato è da sempre il Cic. A luglio il Consorzio italiano compostatori, in collaborazione con Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica) ha presentato un interessante studio frutto di una serie di monitoraggi condotti sulla presenza di imballaggi in plastica e bioplastica compostabile negli impianti di riciclo organico. Dall’indagine è emerso che negli ultimi tre anni le bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina sono triplicate, passando da 27mila t/anno (espresse sul secco) del periodo 2016-2017 a 83mila t/anno del 2019/2020. In parallelo, è aumentata anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, passata da 65mila t/anno a 90mila. Numeri che devono invitare a riflettere sull’andamento della differenziazione e del riciclo in particolare dell’organico in Italia. E dei quali abbiamo parlato con il direttore del Cic, Massimo Centemero.

A livello generale che immagine emerge dell’Italia che differenzia e ricicla dallo studio
condotto da Cic e Corepla?
Complessivamente emerge l’immagine di un’Italia impegnata e di cui dobbiamo essere fieri
anche e soprattutto rispetto all’andamento di altri paesi europei. Quindi, se ci riferiamo
unicamente al settore del “riciclo organico”, il quadro evidenzia come l’Italia sia un paese
virtuoso per la quantità di rifiuto intercettata, per l’efficienza dei sistemi di raccolta, per le
rese produttive e per l’innovazione tecnologica. Dobbiamo tuttavia ricordarci che abbiamo di fronte anche un paese a due velocità con una cronica mancanza di impianti soprattutto nelle regioni del centro-sud.

La vostra indagine ha consentito, tra le altre cose, di avere un quadro aggiornato sulle abitudini degli italiani in relazione ai sacchi e ai sacchetti utilizzati per il conferimento della frazione umida. Che tendenza emerge sotto questo aspetto?
Ci sono due aspetti importanti da evidenziare. Il primo è che c’è stato un incremento di
presenza di sacchetti compostabili, il che è ovviamente positivo. Dall’altro lato però, la
presenza di sacchetti in plastica è ancora troppo elevata. Fa specie notare come il 21% dei
sacchetti utilizzati per raccogliere l’umido sia rappresentato dai classici sacchetti per l’indifferenziato (dai comuni sacchi neri agli altri sacchi di vari colori e dimensioni) chiaramente non compostabili.

A livello nazionale, quali sono le priorità su cui Governo e soggetti istituzionali preposti
dovrebbero concentrarsi per rendere sempre più efficiente e sostenibile la filiera di cui
siete protagonisti?
Il ruolo dello Stato è decisivo in questa battaglia per far rispettare le norme vigenti, ma anche perché dovrebbe stanziare quei fondi necessari per sviluppare campagne di sensibilizzazione e comunicazione che sono fondamentali per i territori e le comunità. I cittadini sono la parte più importante di tutto il sistema e abbiamo il dovere di metterli nelle condizioni di fare correttamente il proprio dovere e, soprattutto, di vederne i risultati. Gli impianti effettuano oggi il monitoraggio della qualità dei rifiuti in modo del tutto volontario: si dovrebbe invece prevedere un obbligo di analisi merceologiche in ingresso agli impianti e un impegno decisivo per finanziare campagne comunicative su tutto il territorio nazionale. Ciò significa intervenire sia a livello centrale che periferico con strumenti normativi ed economici; per esempio introducendo il concetto di qualità nei Criteri Ambientali Minimi per i rifiuti organici, oppure introdurre criteri di premialità per le raccolte virtuose o, ancora, prevedere una opportuna riallocazione dei proventi dell’ecotassa. Anche un rapporto strutturato con gli altri consorzi di filiera consentirebbe di monitorare costantemente l’evoluzione qualitativa di tutti i flussi, così da poter intervenire su eventuali criticità, anomalie o imperfezioni.

Parlando di Green New Deal, quali potrebbero essere gli interventi di politica
economica per valorizzare il settore del riciclo organico?
Oltre ai già citati fondi per “strutturare” il sistema del riciclo organico Italia, ne cito uno su
tutti che rappresenterebbe una vera e propria innovazione relativamente all’approccio al
tema della decarbonizzazione. Considerando il suolo come serbatoio di carbonio – in grado
cioè di stoccare carbonio, sottraendo indirettamente anidride carbonica all’atmosfera – una
delle azioni più auspicabili sarebbe quella di individuare strumenti (dagli incentivi economici
alle pratiche di defiscalizzazione), che possano consentire di aumentare il contenuto di
carbonio nei suoli agricoli o, almeno, di attenuarne le perdite. Il “buon governo” della
dotazione di sostanza organica dei suoli italiani può essere garantito sia da operazioni
conservative legate alla gestione della fertilità – lavorazioni, rotazioni, pratiche colturali
conservative – sia da apporti di sostanza organica di origine naturale – letami, liquami,
ammendanti compostati – promuovendo la produzione e l’impiego di fertilizzanti rinnovabili.
Dunque, il mantenimento, la conservazione o l’arricchimento del contenuto in carbonio nei suoli, deve essere promosso con il duplice obiettivo di garantire una elevata fertilità organica dei suoli, per soddisfare una altrettanto elevata produttività agricola e forestale, e di contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Una bella sfida, un lavoro gigantesco, che contribuirebbe a unire alcuni comparti alcune volte in conflitto, pensiamo ai binomi città e campagna, industria e agricoltura, economia ed ecologia.

Intervista pubblicata su Rifiuti Oggi 2020

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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