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Svelata la causa della morìa di elefanti in Botswana

Sono state delle tossine prodotte da batteri presenti nell’acqua a uccidere centinaia di elefanti a luglio scorso nel delta del fiume Okavango, in Botswana. Tra la primavera e l’estate sono morti infatti più di 350 elefanti, un numero impressionante, che ha destato la preoccupazione delle autorità e dell’opinione pubblica circa una possibile strage nel paese con la più alta concentrazione di elefanti in Africa (circa 156mila). Già da tempo erano state avanzate diverse ipotesi, ma ancora non erano state trovate cause certe.

I risultati delle analisi dei campioni biologici, ordinate dal governo del paese già all’inizio dell’estate, sono stati annunciati lunedì scorso durante un’attesa conferenza stampa. Mmadi Reuben, ufficiale veterinario del Dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali del Botswana, ha affermato che la morte degli elefanti è stata causata dalla presenza di cianobatteri, più noti come alghe azzurre, nell’acqua da cui gli elefanti si sono abbeverati. 

In merito alla questione ci sono ancora molti dubbi irrisolti, per esempio per quale motivo le morti siano state concentrate in un breve periodo di tempo e in una zona ben delimitata, e perché abbiano colpito solo una specie. Le conclusioni delle autorità sanitarie concordano però con uno studio condotto da Christine Gosden, esperta di medicina molecolare dell’università di Liverpool, che si è interessata al caso e ha raccontato al Guardian i risultati delle sue ricerche.

La causa più probabile della morte degli elefanti è in particolare una neurotossina chiamata β-N-metilammino-L-alanina (o BMAA) prodotta dalle alghe. Per arrivare a questi risultati, Gosden ha confrontato i comportamenti osservati negli elefanti poco prima che morissero con quelli di balene e delfini colpiti dalla stessa tossina: insoliti, in entrambi i casi. Gli esemplari di elefante avevano infatti camminato in tondo lungamente prima di cadere a terra esanimi, un tipo di comportamento inspiegabile apparentemente, mostrato anche dai cetacei. “Parliamo di mammiferi di grandi dimensioni – spiega Godsen – che si comportano più o meno nello stesso modo: a uno sguardo esterno possono sembrare persi e disorientati”.

Si ritiene che gli elefanti possano essere stati particolarmente sensibili agli effetti delle tossine perché trascorrono moltissimo tempo in acqua e bevono centinaia di litri grazie alla lunga proboscide, ricca di recettori. Questi elementi espongono la specie a un rischio di infezione maggiore rispetto ad altre specie animali.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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