Sulla nostra pelle

A giugno le figlie di Berta Cacères sono tornate  in Italia. È stata l’occasione per parlare con loro del processo per l’omicidio dell’attivista indigena, della situazione in Honduras a dieci anni dal golpe e di energie rinnovabili

Bertha Caceres

“Sveglia umanità il tempo è finito!”. A pronunciare queste parole non è stata Greta Thunberg, la giovane attivista capofila del movimento “Friday for future”. Né gli scienziati dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), secondo i quali restano solo dodici anni per fermare il riscaldamento globale. A pronunciarle, pochi mesi prima del suo omicidio, è stata la leader indigena Berta Cacères, coordinatrice del Copinh, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras, quando nel 2015 è stata insignita con il Premio Goldman. Un riconoscimento prestigioso, assegnato agli attivisti impegnati nella tutela dei beni comuni, arrivato dopo una complessa battaglia legale in difesa del Rio Gualquarque. Un fiume sacro per la comunità Lenca di Rio Blanco, che attraversa le foreste ancestrali fra le montagne di Intibucà, 300 km a nordovest dalla capitale Tegugicalpa. Nonostante le minacce Berta Cacères ha portato il caso alla Corte interamericana dei diritti umani. Ha fermato la costruzione della diga Agua Zarca, data in concessione all’azienda Desarrollos energéticos sa (Desa). E costretto il braccio privato di Banca mondiale (Ifc) e una delle imprese più grandi del mondo, la Sinohydro, a ritirarsi dal progetto. Un successo che ha segnato la sua condanna a morte: l’attivista indigena è stata uccisa la notte fra il 2 e il 3 marzo del 2016 a colpi di arma da fuoco nella sua casa a La Esperanza, in uno dei Paesi più violenti al mondo per gli attivisti ambientali, come non smette di ricordare nei suoi rapporti annuali l’ong Global Witness. A tre anni dalla sua morte sono sette i condannati come autori materiali e intermediari del delitto. Fra questi, ex dirigenti della Desa, militari legati ai servizi segreti e membri dell’esercito dell’Honduras in pensione.
Lo scorso giugno le figlie della leader Lenca, Berta Isabel Zúñiga (diventata coordinatrice del Copinh) e sua sorella Laura sono tornate in Italia. Nel nostro Paese hanno partecipato a una serie di incontri organizzati dal Comitato Italia Centro America (Cica) per dare continuità alle relazioni di solidarietà con le numerose organizzazioni che sostengono i movimenti indigeni e contadini in Honduras. Nuova Ecologia le ha incontrate a Cosenza per fare un punto sulle loro lotte e sulla situazione del loro Paese, a dieci anni dal colpo di stato militare.

Il processo giudiziario si è concluso lo scorso novembre. Come è andato?
Berta Isabel – Il giudice ha riconosciuto il movente dell’omicidio, legato alla campagna portata avanti da mia madre contro il progetto idroelettrico “Agua Zarca”. Sono comunque tante le irregolarità del processo. A sei mesi dal verdetto non è stata ancora scritta e depositata una sentenza che individui la pena per i condannati. Il rischio, in caso ricorso, è che gli imputati vengano assolti. Restano inoltre a piede libero i mandanti dell’assassinio. Fin quando non sarà fatta giustizia, la violenza ai danni delle comunità Lenca è destinata a continuare.

I lavori di costruzione della diga Agua Zarca sono ancora fermi?
Laura – Sì, ma l’idea di portare a termine l’impianto è evidente. C’è un’impresa, una concessione e un finanziatore. La Banca centroamericana per l’integrazione economica, poi, non si è ancora ritirata dal progetto e la concessione che autorizza Desa a costruire non è mai stata revocata dal governo. Come Copinh abbiamo presentato numerosi ricorsi per denunciarne l’incostituzionalità, perché contravviene alla convenzione 169 Ilo (dell’Organizzazione internazionale del lavoro, ndr) sul consenso previo e informato delle comunità indigene. Dal processo che ne è seguito è esploso uno scandalo: sono 16 gli impiegati pubblici accusati di corruzione.

Durante i vostri incontri avete parlato anche di una società italiana in Honduras.
Laura – È la società padovana Ste.Energy. Nel territorio di Reitoca, dipartimento di Francisco Morazán, sta lavorando con l’impresa Hydro Sierra energy per costruire un’altra maxi diga. Per protesta sessanta famiglie indigene hanno impedito l’ingresso dei macchinari al cantiere con blocchi stradali, proprio come fece il Copinh a Rio Blanco. Le forze militari hanno represso con forza le proteste. Tanti i manifestanti portati a giudizio. Dietro queste imprese c’è l’Aher, l’associazione honduregna dell’energia rinnovabile legata alla presidente Elsia Paz, da tempo impegnata in una campagna di criminalizzazione contro il Copinh. Ci accusano di andare contro il progresso, ma noi non siamo contro lo sviluppo. Questi progetti all’apparenza ecosostenibili violano sistematicamente i diritti delle comunità.

Per questo avete definito le rinnovabili “nemiche” delle comunità indigene?
Berta Isabel- Sulle energie rinnovabili vogliamo aprire un dibattito, soprattutto con i Paesi europei. Il tema va analizzato a partire dal perché si sta producendo energia e con quale logica. Naturalmente condividiamo i timori sulla gravità dell’impatto dei cambiamenti climatici, ma è inconcepibile che debbano essere le comunità indigene, da sempre custodi delle risorse naturali, a pagare le conseguenze delle emissioni dell’Occidente. In America latina il business dell’energia verde è quello più fiorente. Centinaia di concessioni rilasciate in Honduras vanno ad alimentare il settore estrattivista. Impianti imposti con la forza, che foraggiano gli interessi di poche famiglie, parte dell’oligarchia nazionale, riciclate sotto l’egida di piccoli e medi produttori per usufruire dei contributi statali. Una farsa che genera violenza. Stesso discorso per il sistema Redd+ (Reducing emission from deforestation and forest degradation, ndr), il meccanismo basato sulla vendita di quote di ossigeno per compensare le emissioni del settore industriale, aereo e navale. Ci opponiamo al furto dei nostri boschi, che in nome delle Redd+ vengono privatizzati e sfruttati dai magnati del legno. La questione ambientale è per noi indissolubilmente legata alla questione sociale, politica e a quella dei diritti umani. È necessario guardare alle proposte avanzate dai popoli indigeni affinchè la lotta al global warming sia realmente sostenibile.

Sono trascorsi dieci anni dal colpo di stato militare in Honduras. Qual è oggi la situazione del Paese?
Berta Isabel – Il golpe del 2009, ai danni dell’allora presidente Manuel Zelaya, ha aperto la strada al neoliberismo più sfrenato, esasperando criminalità e narcotraffico. Ciò ha giustificato la militarizzazione per salvaguardare gli affari delle imprese trasnazionali, alimentando la spirale di omicidi politici e detenzioni di chi si opponeva al saccheggio delle risorse. Tante le mobilitazioni che si sono succedute nel Paese negli ultimi anni: dal movimento degli Indignados, che reclamava al governo servizi e infrastrutture, alle proteste contro i brogli elettorali che hanno portato al potere per la terza volta il presidente dell’ultradestra Juan Orlando Hernandez. Fino alle proteste per l’assassinio di mia madre e alle manifestazioni contro le truffe sulla sicurezza sociale. L’ultima è stata quella contro la privatizzazione del settore sanitario e dell’istruzione, lo scorso mese. Una reazione al malcontento sociale accumulato nei confronti della politica statale. La stessa Carovana migrante, partita lo scorso ottobre da San Pedro Sula, si è trasformata in un’azione di protesta, espressione della disperazione che dilaga nel nostro Paese. Decine di migliaia di persone hanno attraversato l’America Centrale in cerca di un futuro negli Stati Uniti, lungo la stessa rotta percorsa dalle risorse naturali derubate dai loro territori. Un fenomeno che è riuscito a dare visibilità al dramma della migrazione. E che ha svelato il ruolo degli Stati Uniti nel sostegno all’esercito honduregno, considerando che Donald Trump ha minacciato di cancellare gli aiuti militari se il governo non avesse messo fine all’esodo.

Come vedete il futuro dell’Honduras?
Pieno di speranza. Questo stato di mobilitazione permanente mostra come la popolazione abbia la capacità di rimuovere Juan Orlando Hernandez e tutta la sua “cupola” politica-economica. Il problema è la pressione militare, che genera repressione e paura. Il popolo Lenca, a ogni modo, non ha nulla da perdere. E si sta impegnando per recuperare il programma di “Rifondazione dell’Honduras”. Un processo che coinvolge donne, comunità, organizzazioni sociali e studenti, uniti nella costruzione di quell’autonomia e quella sovranità che Berta Cacères aveva cominciato a strutturare prima del golpe e che presuppone la trasformazione totale dello Stato.