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Glasgow, la strada è ancora in salita

La pre-Cop di Milano è una tappa negoziale per riavvicinare Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo ai quali sono state fatte promesse, non ancora mantenute, su aiuti per fronteggiare la crisi climatica e quella pandemica

La strada verso Glasgow, ad un mese dalla Cop26, purtroppo è ancora in salita. La crisi pandemica sta amplificando la divisione tra Paesi poveri e ricchi, con forti ripercussioni negative sui negoziati preparatori in vista del vertice. La Pre-Cop di Milano è un’importante tappa negoziale che deve servire ad avvicinare le posizioni in campo e mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C.
Cruciale fattore divisivo continua ad essere il mancato rispetto da parte dei Paesi industrializzati dell’impegno, assunto a Copenaghen nel 2009, di garantire ai Paesi più poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per ridurre le loro emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici. Per di più la situazione economica e sociale si è drammaticamente aggravata con la pandemia. E così si è innescata una pericolosa spirale di sfiducia tra Paesi poveri e ricchi, che rischia di avvitarsi compromettendo il successo della Conferenza di Glasgow. Al mancato rispetto dell’impegno economico di 100 miliardi l’anno per l’azione climatica si è aggiunta la promessa tradita di aiuti adeguati a fronteggiare la crisi pandemica, facendo così venir meno quel clima di fiducia che consentì nel dicembre 2015 il raggiungimento dell’Accordo di Parigi.
Per ristabilire un clima di fiducia e dare nuova linfa ai negoziati, oltre 100 paesi in via di sviluppo hanno proposto un “Piano in cinque punti per la solidarietà, l’equità e la prosperità: ridurre le emissioni in linea con la soglia critica di 1.5°C; accelerare l’adattamento ai cambiamenti climatici; far fronte alle perdite e ai danni delle comunità più colpite dall’emergenza climatica; finanziare adeguatamente l’azione climatica dei paesi poveri; e completare il Rulebook, ossia le norme attuative dell’Accordo di Parigi, per renderlo finalmente operativo.

È su questi punti che si misura il successo di Glasgow. Servono impegni concreti da parte delle maggiori economie del pianeta in grado di costruire un largo consenso su pacchetto di decisioni che si traduca in un ambizioso Accordo di Glasgow, fondato su importanti pilastri.

Una Roadmap per mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C

Un obiettivo ambizioso, ma ancora raggiungibile, nonostante con gli impegni attuali viaggiamo pericolosamente verso i 2.4-2.7°C.  A Glasgow va concordata una Roadmap per adeguare gli attuali impegni all’obiettivo di 1.5°C entro il 2023. In tempo per il Bilancio Globale (Global Stocktake) degli impegni di riduzione delle emissioni (National Determined Contributions – NDCs) previsto dall’Accordo di Parigi alla Cop28, chiamata ad adottare un piano d’azione al 2030 in grado di assicurare il raggiungimento dell’obiettivo di 1.5°C. Infatti, secondo l’Emissions Gap Report dell’UNEP, gli anni da qui al 2030 saranno cruciali. Per contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1.5°C, è necessario che l’azione climatica dei governi sia così ambiziosa da consentire entro il 2030 una riduzione di almeno il 50% delle attuali emissioni globali. Oltrepassare la soglia di 1,5°C entro la fine del secolo avrà effetti devastanti sull’ecosistema globale e sulle generazioni future. Con un allarmante impatto economico e sociale già nei prossimi anni. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO – Working on a Warmer Planet), già entro il 2030 con l’attuale tendenza globale delle emissioni si potrebbe registrare una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari, mettendo a rischio 80 milioni di posti di lavoro. Anche l’Europa deve fare la sua parte. Non è ancora sufficiente la recente revisione dell’NDC sottoscritto a Parigi, che prevede una “riduzione netta di almeno il 55% delle sue emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990”. L’Europa per contribuire a centrare l’obiettivo di 1.5°C deve ridurre le sue emissioni di almeno il 65% entro il 2030.

Un piano per finanziare l’azione climatica dei paesi poveri

Il successo di Glasgow dipende molto dal rispetto da parte dei Paesi industrializzati dell’impegno, assunto a Copenaghen nel 2009, di garantire entro il 2020 ai Paesi poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno per ridurre le loro emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici. Mancano ancora circa 20 miliardi, secondo le stime ufficiali dell’OCSE, per raggiungere i 100 miliardi promessi. Risorse vitali per il futuro delle comunità più povere e vulnerabili del pianeta. Basti pensare che i soli costi annui di adattamento per queste comunità già ammontano a 70 miliardi di dollari e l’UNEP stima che nel 2030 raggiungeranno i 300 miliardi. Secondo gli ultimi dati OCSE disponibili (2019), il totale degli aiuti ai Paesi poveri ammonta a 79.6 miliardi di dollari (con un aumento di appena il 2% rispetto all’anno precedente), di cui 65.6 miliardi di fondi pubblici, destinati soprattutto ad azioni di mitigazione, con l’adattamento che riceve solo 20 miliardi.
Va sottolineato che in questi dati sono inclusi sia le sovvenzioni che i prestiti. Se si sottraggono gli interessi pagati, le restituzioni dei prestiti e gli altri costi finanziari, secondo un’analisi dei dati OCSE fatta da Oxfam, le risorse realmente trasferite ai Paesi poveri sono solo 22 miliardi.  È pertanto indispensabile che a Glasgow si raggiunga un accordo sulle nuove regole di contabilità, trasparenti e comuni per tutti i donatori, in modo da riflettere il reale valore (grant equivalent) degli aiuti destinati ai Paesi poveri. Nello stesso tempo, in attesa che venga definito il nuovo impegno finanziario per la fase post-2025, tutti i paesi donatori devono impegnarsi a fornire il loro giusto contributo per raggiungere i 600 miliardi complessivi promessi a Parigi per il periodo 2020-2025. Va concordato un piano che garantisca aiuti aggiuntivi a quelli già destinati alla cooperazione allo sviluppo, destinandovi almeno il 50% delle risorse pubbliche all’adattamento, visto che la finanza climatica privata sostiene solo azioni di mitigazione.

Una Roadmap per accelerare l’adattamento ai cambiamenti climatici

La Cop26 dovrà definire un percorso per concordare l’Obiettivo Globale per l’Adattamento (Global Goal on Adaptation – GGA), previsto dall’Accordo di Parigi (art.7) per rafforzare la capacità globale di resilienza ai cambiamenti climatici, a partire dalle comunità più vulnerabili. Il Sudafrica ha proposto di aumentare la resilienza climatica al 50% della popolazione globale entro il 2030 e ad almeno il 90% entro il 2050.
Senza aiuti adeguati, secondo la Commissione Globale sull’Adattamento, i cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo possono spingere oltre 100 milioni di persone al di sotto della soglia di povertà. Mentre investendo in questi paesi 1.800 miliardi di dollari nell’azione di adattamento, tra il 2020 ed il 2030, si potrebbero generare benefici economici per ben 7.100 miliardi di dollari.

Far fronte ai danni subiti dai paesi poveri

A Glasgow va avviata la revisione del sistema di aiuti (Warsaw International Mechanism for Loss and Damage – WIM) per le comunità dei paesi poveri colpite da disastri climatici. Serve un mandato chiaro al Comitato Esecutivo del WIM per adottare entro il 2022 un programma di aiuti a queste comunità (aggiuntivi ai 100 miliardi di dollari l’anno destinati alle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici), in modo da consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici.

Rendere operativo l’Accordo di Parigi

A Glasgow va completato il Rulebook, ossia le norme attuative dell’Accordo di Parigi, per renderlo finalmente operativo. Sono rimaste aperte ancora due questioni: come regolare il mercato globale del carbonio e quanto deve durare il periodo di attuazione degli impegni nazionali (NDCs). La questione più spinosa, senza dubbio, è il ricorso ai meccanismi di mercato previsti dall’Accordo di Parigi (Art.6). Vanno assicurati il phasing-out dei meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto e l’introduzione di criteri stringenti per evitare qualsiasi forma di “doppio conteggio” delle riduzioni di emissioni, in modo da garantire sia la necessaria ambizione che l’integrità ambientale e sociale di tutti i meccanismi di mercato, nel pieno rispetto dei diritti umani. Per quanto riguarda, invece, il periodo di attuazione degli impegni nazionali (Common Time Frame – CTF), le opzioni ancora sul tavolo sono cinque o dieci anni. Va sostenuto con forza un ciclo di attuazione degli NDCs di cinque anni, in coerenza con la revisione quinquennale dell’ambizione degli impegni prevista dall’Accordo di Parigi, per consentire così un loro continuo aumento in linea con la soglia critica di 1.5°C.

Il successo della Conferenza di Glasgow è ora nelle mani delle maggiori economie del pianeta che nelle prossime settimane devono dimostrare di volere mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C con risposte concrete alle proposte di buon senso dei paesi in via di sviluppo. Anche l’Italia è chiamata a giocare un ruolo importante. Non solo con la Pre-Cop di Milano, ma soprattutto come Presidente di turno del G20. Il Summit G20 dei Capi di stato e di governo che si tiene a Roma a fine ottobre, proprio all’apertura della Cop26, deve aprire la strada ad un ambizioso Accordo di Glasgow.

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Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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