Storie nel giardino

L’orto botanico dell’università di Padova ha ricevuto il premio dell’abbazia
di Spineto (Si). A colloquio con Telmo Pievani, curatore del progetto scientifico

Giardino della Biodiversità

Una grande serra, costruita secondo le più moderne tecnologie per la bioedilizia, che ospita migliaia di piante organizzate secondo i principali biomi della Terra, dalla foresta umida ai deserti. Tutto all’interno di un gioiello cinquecentesco, l’Orto botanico di Padova, riconosciuto come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco in quanto più antico orto botanico universitario al mondo. È un luogo incantevole e allo stesso tempo istruttivo: l’autore del progetto scientifico del Giardino della biodiversità, allestito all’interno di questo vero e proprio “science center” di nuova generazione è  Telmo Pievani, professore di Filosofia delle scienze biologiche all’università di Padova. «I visitatori – spiega – fanno letteralmente il giro del mondo passando per diverse sezioni climatizzate, con umidità, luminosità, riciclo di aria e di acqua accuratamente controllati».

Ma si tratta soltanto di un super orto botanico o c’è qualcosa di più?
Gli ospiti percorrono lunghi corridoi allestiti da me e dai professionisti dell’università di Padova secondo una narrazione innovativa, per la prima volta di tipo antropologico dentro un orto botanico. Attraverso video, animazioni, modelli, reperti, testi, grafiche e approfondimenti 2.0 su tablet viene raccontata la lunga e affascinante storia di coevoluzione fra le piante e le popolazioni umane. Noi abbiamo addomesticato le piante attraverso la selezione artificiale, trasformandole per i nostri fini. Le piante hanno usato noi per diffondersi in tutto il mondo e soprattutto hanno plasmato la nostra nicchia ecologica, per cui oggi la nostra vita è garantita dalle piante. Ci danno ossigeno, ma anche da mangiare e da vestire, ci danno il legno, la carta e la gomma, ci danno medicinali e un’infinità di altre sostanze e materiali. Le piante insomma sono la nostra vita, anche se spesso non lo vediamo perché abbiamo una visione “animalocentrica”. Nell’ultima sezione dell’esposizione raccontiamo inoltre gli utilizzi delle piante per un futuro più sostenibile: bioplastiche, combustibili ottenuti dalle alghe, esperimenti vegetali in assenza di gravità e così via. Dall’inizio alla fine il tema di fondo è la biodiversità come motore della vita.

Lei insegna Filosofia delle scienze biologiche. In cosa consiste?
Nell’analisi e nella discussione dei grandi temi teorici che emergono dalle scienze della vita: come definire la vita, le specie, la biodiversità, le relazioni tra la specie umana e l’ambiente, le nuove biotecnologie e le loro implicazioni, anche etiche. E ancora gli aggiornamenti della teoria dell’evoluzione e poi questioni metodologiche e interdisciplinari. Io insegno, da filosofo della scienza, in un dipartimento di Biologia, per la prima volta in Italia. È una bellissima scommessa di dialogo fra scienziati e umanisti.

E nella sua vita quotidiana c’è spazio per ambientalismo ed ecologia?
Sì, certo. In particolare mi impegno affinché i temi ambientali tornino al centro dell’agenda politica dopo anni di dimenticanza. Stiamo spolpando il pianeta e impoverendo gli ecosistemi, al punto che presto i beni comuni saranno a rischio. Tutto ciò denota una tragica assenza di lungimiranza da parte delle classi politiche, ossessionate dai tempi brevi delle campagne elettorali e dal consenso facile. Inoltre credo che l’ambientalismo stesso debba riflettere sulle sue debolezze, mostrandosi più costruttivo e abbandonando gli atteggiamenti irrazionali e antiscientifici che spesso lo caratterizzano ancora. Penso alle assurde paure sulla tecnologia. Rifugiarsi nel mito del “naturale” è una posizione regressiva e conservatrice. L’ambientalismo del futuro deve fare affidamento sull’innovazione tecnologica, inquadrandola in un nuovo modello di sviluppo centrato sulla giustizia sociale e sull’equa distribuzione delle risorse.n